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CAFÉ SOCIETY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Lieve, dolcemente nostalgico, cosparso di dialoghi brillanti, illuminato da una fotografia che fonde perfettamente il vintage con la consistenza del digitale.

Contro


L’esilità del soggetto è consapevole, ma evidente, per un divertissment che rinuncia a dire qualcosa di davvero nuovo.


In breve

New York, anni ‘30. Bobby Dorfman, giovane ed idealista, soffocato da una famiglia numerosa ed eccentrica, decide di tentare la fortuna ad Hollywood alle dipendenze di suo zio Phil, agente per diversi divi del cinema. La segretaria di Phil è l’affascinante Vonnie, a sua volta giunta ad Hollywood con pochi soldi e molti sogni, quasi tutti disattesi. Bobby si innamora perdutamente di Vonnie, ma la ragazza, nonostante l’evidente simpatia provata per il giovane, è legata ad un misterioso fidanzato. Un giorno, Vonnie irrompe nell’appartamento di Phil, in lacrime, rivelando di essere stata lasciata. Sembra essere l’occasione ideale per Phil, che vede rischiararsi il suo orizzonte, trovandosi il suo maggior desiderio a portata di mano; ma, proprio mentre l’amicizia tra i due si trasforma in amore, un imprevisto rischierà di mandare a monte i loro piani…

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Posted 28 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Superata la boa degli ottant’anni, Woody Allen continua imperterrito a proporre al pubblico il suo cinema, incurante dei cambiamenti delle mode, e dei modi di proporre (e fruire) film. Proprio qui, il regista si cimenta per la prima volta col digitale, girando questo Café Society con una videocamera CineAlta F65: un “matrimonio” con la tecnologia moderna che viene illuminato dalla splendida fotografia di Vittorio Storaro, a descrivere tanto gli sfavillanti paesaggi della Mecca del Cinema quanto le soffuse tonalità della New York anni ‘30, esaltandosi in vividi tramonti (il deja vu di Manhattan è lì dietro l’angolo) quanto in intime sequenze in interni.

Dopo la parentesi noir (più cinica e cattiva di quanto non potesse apparire a prima vista) di Irrational Man, Allen torna ai suoi temi preferiti, agli amori sfiorati e a quelli raggiunti in modo paradossale, ai suoi personaggi dolcemente sopra le righe, ai suoi dialoghi brillanti e al suo afflato di europeo nell’anima, che ha messo le radici (culturali e affettive) a New York. Proprio la Grande Mela, in quest’ultimo lavoro, brilla più della fabbrica dei sogni, come luogo-simbolo di ritorno a casa, di fine delle illusioni ma anche di gradevole consolazione, più dolce che malinconica. Luogo d’amore (per i suoi spazi e le sue storie) e di memorie, di nostalgie accompagnate dal consueto (e rassicurante) tappeto di note jazz.

E poi c’è il cinema, a rappresentare, con la sua natura insieme illusoria e salvifica, un ideale trait d’union tra i due mondi (che sono poi quelli del regista) di New York e Los Angeles, quello sognato e idealizzato al di qua dello schermo, e quello torbido e vuoto che si rivela dietro i lustrini delle sue star. E il deja vu che torna, moltiplicandosi in tanti rivoli, scomponendo la figura dell’Allen attore in quelle di Jesse Eisenberg e Steve Carell, traslando il fantasma di Diane Keaton in Kristen Stewart, portandosi dietro le memorie di un’intera carriera. Con nostalgia e leggerezza, evitando sapientemente le emozioni sfacciate.

Trailer:

PRO

Tornare sui luoghi più volte frequentati dal cinema di Woody Allen, respirare le stesse atmosfere e ascoltare le note jazz del regista, ha il sapore forte e insieme nostalgico dell’incontro con un vecchio amico. C’è una levità deliziosamente retro e gratuita, in questo Café Society, espressa in una storia semplice, che nella sua voluta schematicità sembra fatta apposta per esaltare i dialoghi magistralmente scritti dal regista. Lieve, volutamente effimero, capace di riflettere su se stesso (e sul cinema) con un garbo all’insegna dell’understatement, questo nuovo film di Allen si giova del grande lavoro di Storaro, che con i suoi paesaggi urbani all’insegna del vintage crea un gradevole contrasto con la consistenza digitale delle immagini. Una dialettica tra vecchio e nuovo, tra elogio consapevole del passato e uso spregiudicato dei mezzi moderni (e delle star del nuovo millennio) che attraversa come un motivo ricorrente l’intero film.

CONTRO

Nel carattere effimero ed esile del soggetto, nella consapevole maniera che affiora sotto le pieghe del suo racconto, sta il principale limite di Café Society. Se è vero che tutto è stato già detto e scritto (nonché filmato) è anche vero che la sostanza del nuovo film di Allen, sotto il gioco autoreferenziale e citazionista, è invero di scarsa consistenza. I tempi di Manhattan sono lontani (ed è normale che lo siano) ma qui lo sembrano parimenti quelli, cronologicamente ben più prossimi, della satira antiborghese di Blue Jasmine. Non graffia, il nuovo Allen, né vuole dirci davvero qualcosa sulla società e l’umanità che rappresenta: siamo qui dalle parti di un Magic in The Moonlight ulteriormente scarnificato, ridotto a divertissment di cui diviene presto scoperto il carattere giocoso, fine a se stesso. Un’opera lieve, che accarezza lo spettatore senza aver la pretesa di raccontargli qualcosa di davvero nuovo. Il risultato che si prefigge, il film lo raggiunge senza sostanziali affanni; restando tuttavia sempre consapevole della sua, dichiarata, esilità.

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Marco Minniti

 
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