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BLACK SEA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Ottima regia, tensione sempre alta, idea semplice ed efficace.

Contro


Non particolarmente originale, qualche flashback superfluo, alcune svolte di trama troppo meccaniche.


In breve

Robinson è un capitano di sommergibili di grande esperienza, con una vita privata che è stata totalmente fagocitata dal lavoro: un matrimonio fallito, un figlio adolescente praticamente mai conosciuto, con cui da tempo ha interrotto i rapporti. Esperto nel recupero relitti, l’uomo viene licenziato improvvisamente, insieme a un gruppo di suoi colleghi, a causa di una ristrutturazione interna nell’azienda per cui lavora. Pieno di risentimento e desiderio di rivalsa, Robinson cerca un modo per vendicarsi di chi ha voluto la sua testa: lo trova quando viene a conoscenza di un piano, finora tenuto segreto, per recuperare un gigantesco carico d’oro contenuto in un sommergibile tedesco, rimasto sul fondo del Mar Nero fin dal 1941. L’ex dipendente vuole arrivare sul posto prima degli uomini che l’hanno silurato, impossessandosi dell’oro: per far questo, prende contatto col milionario che sarebbe disposto a finanziare l’impresa, e mette insieme un equipaggio composto in parti uguali da inglesi e russi. Sul suo sommergibile si imbarca anche l’adolescente Tobin, senza esperienza di navigazione ma esperto nelle immersioni, per cui l’uomo sviluppa da subito un atteggiamento protettivo. I patti prevedono la divisione del valore dell’oro in parti uguali; ma dall’inizio della spedizione si sviluppano le prime tensioni tra i membri dell’equipaggio, in particolare tra la componente inglese e quella russa…

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Posted 16 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Kevin MacDonald è regista discontinuo, che nel corso della sua carriera ha dato il meglio di sé nel documentario (tra i suoi lavori si ricordino La morte sospesa, del 2003, e il più recente Marley, dedicato all’icona raggae, risalente a tre anni fa); restano invece altalenanti i suoi conseguimenti nel cinema di fiction, tra i quali, comunque, va ricordato almeno il vigoroso neo-peplum The Eagle (2011). Questo Black Sea appartiene alla seconda categoria, ed è innanzitutto, e dichiaratamente, un prodotto di genere: un’opera basata su un’ossatura narrativa semplice, con un pretesto forte a innescare l’azione (il recupero di un carico d’oro, come nella migliore narrativa avventurosa) e una tessitura del racconto improntata al thriller claustrofobico, tutto basato sull’unità di tempo e di luogo. Al centro della storia, le tensioni sviluppatesi all’interno di un gruppo di individui a causa dell’avidità e del sospetto reciproco: location principale (e fortemente claustrofobica) del film è il sommergibile su cui il gruppo si imbarca, all’interno del quale seguiamo il rapido sfaldarsi, con l’insinuarsi di tensioni, recriminazioni e sospetti, dei rapporti tra i membri dell’equipaggio. Ad attraversare trasversalmente la storia, restandone chiave di lettura e motivo forte, il tema dello sfruttamento e dei rapporti di classe: il protagonista è mosso da senso di giustizia e forte desiderio di rivalsa (che lentamente sfocia nell’ossessione) verso chi lo ha lungamente spremuto, si è preso parte della sua vita privata, e lo ha infine gettato via. Lo sguardo del regista verso una possibile “solidarietà di classe”, tuttavia, è cinico e disincantato: nell’equipaggio, al contrario, si vede subito all’opera la legge del più forte e dell’appropriazione, da cui (quasi) nessuno resterà escluso.

PRO

Proprio la semplicità dell’idea, il suo rifarsi a una tradizione ampiamente codificata, si rivela una delle armi vincenti per questo nuovo lavoro di MacDonald: l’aver ridotto all’osso (almeno sulla carta) le sovrastrutture del racconto, la diretta e immediata presentazione dei personaggi (tutti ben delineati, e guidati da un ottimo Jude Law) all’interno di una situazione fortemente tipizzata, facilitano in modo decisivo l’identificazione. La messa in scena del film rivela una notevole abilità nello sfruttare la claustrofobia dell’ambientazione: il sommergibile si trasforma rapidamente in una trappola opprimente, una prigione dalla forte valenza simbolica, teatro perfetto per lo scatenamento degli istinti più bassi, quelli che il vivere civile non è mai riuscito del tutto a cancellare. Proprio il doppio binario di una semplicità tematica di fondo, tradotta in solida struttura di genere, e l’emergere nella storia di motivi legati, in modo semplice ed essenziale, alla modernità, è forse la caratteristica più interessante di questo Black Sea. Un’opera che resta comunque, primariamente, un ottimo prodotto di genere, attraversato in tutta la sua durata da una forte tensione, e messo in scena con intelligenza e mestiere.

CONTRO

Si può obiettare, guardando il film nel suo complesso, che nulla di ciò che racconta sia in fondo completamente nuovo: il tema è quello di una “caccia al tesoro” che mette in luce l’aspetto più bestiale degli individui, lo svolgimento è la traduzione di quell’homo homini lupus da sempre espresso dalla filosofia e dalla narrativa, come successivamente dal cinema. Un concetto forte nel suo valere al di là di epoche storiche e culture, ma inevitabilmente già sviscerato.
Nel corso del film ci sono inoltre alcuni flashback piuttosto didascalici, che mostrano il passato del protagonista spezzando inopinatamente la tensione, senza aggiungere in sé nulla alla storia; infine, alcune svolte di trama, che evitiamo ovviamente di anticipare, appaiono decisamente troppo meccaniche, gestite in modo poco accorto e fluido dalla sceneggiatura.

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Marco Minniti

 
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