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BLACK MASS – L’ULTIMO GANGSTER

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


User Rating
1 total rating

 

Pro


Visivamente ammaliante, dalla fotografia che cattura l'occhio, impreziosito dall'ottima prova generale del cast.

Contro


La narrazione procede per singulti, tralasciando spunti e personaggi, non riuscendo a dare equilibrio e armonia al tutto.


In breve

Boston, anni ’70: Jimmy Bulger è un piccolo criminale di zona, cresciuto per le strade della città insieme al fratello Bill e all’amico fraterno John Connolly. Questi ultimi, tuttavia, hanno in seguito preso strade diverse: Bill, infatti, è ora uno stimato politico locale, mentre John sta rapidamente facendo carriera nell’FBI. Mentre Jimmy, intraprendente e spietato, è protagonista di una rapida ascesa nel mondo del crimine organizzato, John gli propone un accordo: diventare un informatore dei federali, in cambio dell’eliminazione dei concorrenti italiani dagli affari criminali del quartiere North End della città. La collaborazione di Bulger porta Connolly all’arresto del boss italoamericano John Martorano, ma parallelamente la gang di Jimmy acquisisce un potere pressoché assoluto: gli affari criminali di Boston sono ormai controllati interamente da Bulger, che tiene in scacco la polizia ed elimina brutalmente tutti i potenziali avversari.

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Posted 4 ottobre 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Al suo terzo lungometraggio, Scott Cooper insiste sulle atmosfere e le tematiche noir che avevano fatto la fortuna del suo precedente Il fuoco della vendetta. Se la dimensione della precedente opera di Cooper, tuttavia, era più intima (concentrandosi sul rapporto tra due fratelli del sottoproletariato urbano, e sulle difficoltà di sopravvivenza in un contesto dominato dal crimine) qui le ambizioni sono di più ampio respiro: con questo Black Mass – L’ultimo gangster, Cooper vuole infatti raccontare una vera e propria epopea criminale, l’ascesa e caduta del boss americano-irlandese James “Whitey” Bulger e della sua gang, lungo un ventennio di storia (dalla metà degli anni ’70 fino ai secondi anni ’90). Per far ciò, il regista statunitense si ispira al libro-inchiesta Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob, scritto dai giornalisti Dick Lehr e Gerald O’Neill del Boston Globe: un’opera che descriveva un’alleanza inedita tra il potere delle istituzioni locali e quello della malavita, che avrebbe portato al dominio incontrastato della temibile Winter Hill Gang di Bulger.

Assimilando e rimasticando motivi e tematiche di decenni di gangster movie (da Piccolo Cesare di Mervyn LeRoy a Scarface – l’originale di Hawks come il suo remake di De Palma – fino alla saga de Il padrino), Cooper forgia e dà consistenza filmica al “suo” Bulger: affidandosi al volto invecchiato ma ombroso, sempre pericolosamente ai limiti dell’instabilità, del mattatore Johnny Depp, agli efficaci comprimari Joel Edgerton e Benedict Cumberbatch (rispettivamente amico/nemesi e fratello del protagonista) nonché alle presenze femminili di Julianne Nicholson e Dakota Johnson: a comporre un quadro in cui l’ascesa criminale da un lato, e quella fino alle alte sfere della polizia federale dall’altro, si integrano in modo problematico con legami familiari messi in pericolo da uno stile di vita sempre più spregiudicato, e caratterizzato, da una parte e dall’altra, da un illusorio sentore di immortalità. Sullo sfondo, la città di Boston e le sue trasformazioni ed evoluzioni, nel corso di un ventennio di storia americana.

Trailer:

PRO

Dopo aver catturato l’attenzione di pubblico e critica con l’esordio di Crazy Heart e (soprattutto) col celebrato Il fuoco della vendetta, Scott Cooper conferma di avere talento e una speciale attitudine per la descrizione e lo svisceramento delle dinamiche criminali. Regista dall’anima noir, Cooper massimizza la resa visiva della Boston anni ’70 e ’80, scivolando con morbidi movimenti di macchina sulle sue strade, conferendo un inedito calore persino ai suoi vicoli e ai suoi bassifondi; luoghi deputati di efferati delitti, ma anche di un patto di sangue non dichiarato, quanto vincolante per i suoi contraenti. Muovendosi tra la dimensione pubblica dei suoi personaggi e quella più intima, ma mostrandosi più a suo agio nella resa della prima, giustapponendo (come da tradizione del genere) le parabole dei due protagonisti, Cooper riesce anche a gestire al meglio il suo cast: un umorale Depp è ovviamente mattatore e principale catalizzatore delle attenzioni dello spettatore, ma Edgerton e Cumberbatch (malgrado la sottoutilizzazione del secondo) riescono ugualmente a descrivere al meglio l’evoluzione dei rispettivi personaggi. Su tutto, l’aspirazione alla resa di un’epica criminale che, nella sua classicità, non smette di coinvolgere e affascinare.

CONTRO

Black Mass ripropone (in parte amplificandoli) i limiti narrativi che già avevano caratterizzato Il fuoco della vendetta: la sceneggiatura di Jez Butterworth e Mark Mallouk fatica infatti a mantenere il filo della narrazione lungo venti anni di storia, lascia inopinatamente cadere alcuni motivi (il rapporto del protagonista con la moglie interpretata da Dakota Johnson, la morte di suo figlio) e perde sovente di vista i suoi personaggi (l’esempio più macroscopico è quello del politico interpretato da Cumberbatch, sottoutilizzato e poco sfruttato). Soprattutto, Scott Cooper si affida di nuovo, in misura eccessiva, al talento dei suoi attori, presupponendo (più che ricercando) l’empatia: l’indubbia abilità del cast fa sì che il regista non si preoccupi di dare consistenza e pregnanza ai suoi personaggi, non riuscendo a costruire una narrazione equilibrata ed armonica. Così, la parabola di “Whitey” Bulger (e quella parallela di John Connolly) fatica ad assumere la dimensione epica fortemente ricercata da Cooper, muovendosi per singulti e mancando l’obiettivo di restituire, del periodo e dell’ambiente, un quadro d’insieme articolato e convincente. Black Mass, insomma, ammalia visivamente, a tratti scuote, ma non riesce a coinvolgere in modo costante e duraturo lungo le sue due ore di durata.

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Marco Minniti

 
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