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BIG GAME

 
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Scheda
 

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Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


User Rating
2 total ratings

 

Pro


Intrattenimento per famiglie divertito, scanzonato e avventuroso, con un fondo di cinismo e disillusione.

Contro


Ironia un po' indigesta per una parte di pubblico, concezione dell'action movie lontana da quella moderna.


In breve

Il giovane Oskari, cresciuto in un villaggio finlandese, deve sottoporsi al suo rito di iniziazione per diventare un uomo: il ragazzino, 13 anni, dovrà fare la sua prima spedizione di caccia da solo, nella foresta, per tornare con una preda e ottenere così il riconoscimento della comunità. Il padre, e con lui i saggi del villaggio, ha dei dubbi sulla naturale attitudine del ragazzo alla caccia, ma Oskari non vuole tradire un’antichissima tradizione di famiglia. Nel frattempo, i cieli del Nord Europa sono attraversati nientemeno che dall’Air Force One, a bordo del quale il Presidente degli Stati Uniti viaggia diretto verso Helsinki, insieme al suo capo della sicurezza, Morris. Il jet presidenziale è però preso di mira dalla cellula di terroristi guidata da Hazar, dotata di un missile terra­aria e di un sofisticato sistema di puntamento: l’abbattimento dell’aereo presidenziale, con la complicità del corrotto Morris, viene facilmente portato a termine, mentre il funzionario traditore riesce a mettersi in salvo. Anche il primo cittadino americano, tuttavia, si salva dall’esplosione, grazie alla speciale capsula di salvataggio dell’aereo: atterrato nel bel mezzo della foresta, si imbatterà proprio in Oskari, che ha appena iniziato la sua caccia. In mezzo ai boschi, braccato dai terroristi e con nessuna conoscenza del territorio, l’uomo più potente del mondo sarà costretto ad affidarsi alla guida di un ragazzino inesperto: insieme, i due formeranno una coppia improbabile quanto efficace, mette Hazar e Morris sono già sulle loro tracce.

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Posted 23 giugno 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Opera seconda del finlandese Jalmari Helander, co­produzione tra Finlandia, Germania e Regno Unito, Big Game (nel cui “multimediale” progetto è compresa anche una novelization, ad opera del romanziere americano Dan Smith) è un curioso esempio di cinema avventuroso per famiglie, di stampo europeo. Il regista, col precedente Trasporto eccezionale ­ Un racconto di Natale, aveva già confezionato un prodotto ibrido e fuori dagli schemi, in cui la forma della fiaba si mescolava alle leggende tradizionali nordiche, e ai meccanismi del genere horror. Con questo suo secondo film, il regista mescola di nuovo i generi, in un prodotto che vuole tuttavia essere più giocoso e scanzonato rispetto al suo esordio, puntando a un pubblico più vasto: c’è l’action movie anni ’80 debitore dei vari Trappola di cristallo (e relativi sequel), c’è il buddy movie alla Spie come noi, un’affettuosa parodia della fantascienza spielberghiana di Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., il senso di avventura del cinema per ragazzi de I Goonies, e derivati. Su tutto, un’estetica gradevole e fumettistica, che trasfigura i paesaggi della foresta nordica in un look pop e surreale, che spinge a non dar peso (e a sorriderne) agli improbabili passaggi di trama, che immerge l’avventura in un mood fantastico e giocoso che ne annulla qualsiasi potenziale violento. La sceneggiatura segue le regole del racconto di formazione e del cinema per famiglie, mostrando l’alleanza (fruttuosa) tra l’uomo più potente del mondo e un ragazzino outsider; che impareranno, come nel miglior buddy movie, l’uno dall’altro, e (ri)troveranno, ognuno a suo modo e nel rispettivo ambito, il riconoscimento sociale a cui ambivano.

Trailer:

PRO

Helander attinge a piene mani dalle atmosfere e dai colori degli anni ’80, amalgamando il tutto in un contenitore giocoso, divertito, consapevole. Tutto, in Big Game, invita a non prendere troppo sul serio le improbabili premesse della trama, e a lasciarsi andare al piacere dell’avventura: tuttavia, la costruzione dei personaggi e la loro evoluzione (che si affida anche all’autoironica prova di Samuel L. Jackson, e a quella del giovanissimo Onni Tommila, nipote del regista) non sono privi di acume. Intelligenza e gusto si evincono anche dalle citazioni sparse qua e là per la trama (l’episodio del cratere e del ritrovamento del trasmettitore, che rimanda a Incontri ravvicinati del terzo tipo, il primo incontro tra i due protagonisti che fa pensare ad E.T.) e da alcuni discreti quanto significativi particolari (la capsula segnata dal numero 1492, data della scoperta del Nuovo Mondo, e simbolico emblema del contatto con un essere quantomai “alieno” per il giovane protagonista). Inoltre, pur nel contenitore di un film di intrattenimento dedicato ai più giovani, lo script non manca di inserire una nota disillusa e un po’ cinica sulla politica internazionale: buoni e cattivi non sono così facilmente individuabili come negli anni ’80, il nemico, più che alle porte, è ormai dentro la sala dei bottoni, e gli stessi ruoli di amici e nemici (come scopriamo verso la fine) diventano relativi. Il doppio e il triplo gioco (e oltre) sono ormai all’ordine del giorno, in un gioco infinito di specchi in cui identità e fazioni si confondono inestricabilmente.

CONTRO

Un’opera così dichiaratamente giocosa (seppur non superficiale) come quella di Helander, può lasciare perplessi se non la si affronti nell’ottica giusta. Se si cerca un action movie muscolare che abbia pretese di realismo, sarebbe certamente opportuno rivolgersi altrove; così come ci si deve rivolgere altrove se ci si aspetta di vedere un mero film per famiglie, da cui venga tagliata fuori qualsiasi riflessione sul contesto, o si prescinda dal lavoro sui personaggi. Proprio la natura ibrida di Big Game, pur nella sua confezione di opera di intrattenimento, può lasciare interdetti gli spettatori di riferimento dei due filoni che, con abilità e spregiudicatezza, il film mescola. L’ingenuità (in gran parte voluta) di molti passaggi narrativi, il naturale approccio ludico al racconto, potrebbero inoltre far storcere il naso a un’altra parte di pubblico: quello, in particolare, più giovane, non abituato ai tempi narrativi e all’estetica del cinema di intrattenimento eighties, uso a ritmi più forsennati e a una diversa (e più pretenziosa) concezione dell’action movie. Il film di Helander invita, con una consapevolezza che non tutti possono cogliere, a sorridere delle sue stesse incongruenze, dei passaggi narrativi più iperbolici, delle ben esili basi su cui l’intera trama poggia. Per apprezzarlo a pieno serve, paradossalmente, una fruizione più divertita e scanzonata, ma contemporaneamente anche più consapevole, rispetto a quella che caratterizza gran parte del pubblico dell’odierno cinema mainstream.

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Marco Minniti

 
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