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BABY DRIVER – IL GENIO DELLA FUGA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Film di genere dal ritmo rutilante, tecnicamente perfetto, che esprime una pregevole sinergia tra musica e immagini, capace di catapultare lo spettatore nel mondo del protagonista.

Contro


L’unico limite che si può forse imputare al film è un’eccessiva (ma perdonabile) carica di “buonismo” nel finale.


In breve

Giovanissimo asso del volante, costretto a indossare costantemente le cuffie dell’iPod, a causa di un acufene che lo tormenta fin da quand’era bambino, Baby fa l’autista per la banda di Doc, che ha già messo a segno un gran numero di rapine. Il boss criminale ha incastrato Baby dopo che lui gli aveva rubato un’automobile, e lo ha costretto a lavorare per lui fin quando il valore dell’auto non sarà ripagato. A Baby, che deve anche badare a suo padre adottivo, sordomuto, resta un unico colpo da compiere prima di liberarsi del suo debito con Doc. Nel frattempo, il ragazzo conosce Debora, giovane cameriera della caffetteria che frequenta, con cui sboccia subito l’amore. Il sogno di una nuova vita, libera dal crimine, per Baby sembra più che mai a portata di mano. Ma il ragazzo dovrà presto rendersi conto che liberarsi di Doc, e di un mondo di cui ormai fa parte, è in realtà tutt’altro che facile…

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Posted 6 settembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

“Caso” cinematografico per eccellenza del 2017, film di genere acchiappaincassi e nuovo tassello di una filmografia (quella del regista Edgar Wright) interamente votata a un’attitudine genuinamente popolare e nerd, Baby Driver – Il genio della fuga porta con sé un’aura a cui, fin dalle prime sequenza, è difficile resistere. Il film di Wright, che fa della sua colonna sonora non solo una parte integrante, ma l’elemento che sorregge tutta l’impalcatura, è una sequenza di immagini che corrono, si muovono, respirano dietro alle composizioni musicali. E lo fanno a un ritmo sostenuto, a tratti indiavolato. È un musical senza la struttura del musical, Baby Driver – Il genio della fuga, una partitura rock che guida rapida il suo plot da gangster movie, dettandogli il ritmo e il passo, e sposando in toto il punto di vista del suo giovane protagonista.

Proprio l’attore Ansel Elgort, sorprendentemente efficace nel ruolo principale, è lo sguardo (meglio: l’orecchio) a cui si sovrappone integralmente quello dello spettatore. Uno sguardo e un orecchio che si inceppano (insieme ai nostri) quando il suo iPod smette di bombardarlo con le sue composizioni: Jon Spencer Blues Explosion, Beach Boys, The Damned, Blur e Queen, tra i tanti. Ma anche, per rifiatare (e per dare spazio a quell’intimità che non si nega a nessuno) T. Rex e Beck, quando cantano della sua Deb(o)ra. E poi i Commodores, che ti spiegano why I’m easy: anche se di facile, per il giovane Baby (ma non è questo il suo vero nome… o sì?) ci sarà ben poco. Ma le sue corse a perdifiato dietro a un runaway American Dream (il Boss non c’è, nella soundtrack, ma il suo spirito aleggia comunque, ovunque) delineeranno man mano una meta. Prima sfumata, ma poi, progressivamente, sempre più chiara. A portata di mano, in fondo, anzi: d’orecchio.

Trailer:

PRO

Irresistibile ma non furbo, pieno di un vigore genuino e quasi straripante, quello che accomuna il rocker al creatore-spettatore-fruitore del cinema di genere, Baby Driver – Il genio della fuga si guarda, divora e ascolta tutto d’un fiato. Il mood del film è introdotto perfettamente dal piano sequenza iniziale che segue il personaggio di Baby dalla strada fino al quartier generale del suo capo: una lunga ripresa in steadycam, tecnicamente perfetta, che ci fa entrare in pieno nel mondo del protagonista, donandoci la sua prospettiva. È proprio questa l’altra peculiarità interessante del film di Wright: quella di generare, con poche e semplici soluzioni audiovisive, una sovrapposizione quasi totale dell’ottica spettatoriale con quella del protagonista. Non è un caso, proprio a questo proposito, il fatto che la totalità delle canzoni che si ascoltano nel film siano in realtà composizioni diegetiche: noi sentiamo insieme a Baby, e laddove vediamo un po’ più (o un po’ meno) di lui, ciò accade unicamente in virtù di necessità narrative e/o di messa in scena. Difficile trovare, nel moderno cinema d’azione, un film dal ritmo tanto sostenuto (e qui, malgrado il budget non elevatissimo, ci si risparmia davvero poco in fatto di sequenze d’azione) e dall’analoga capacità (usiamo un termine azzardato, dato il tipo di prodotto: ne siamo consapevoli) di introspezione psicologica. Capacità che si esplicita, tra l’altro, con un uso parco e controllato dei dialoghi, e mantenendo ferma l’attitudine pop e genuinamente fracassona del prodotto. Un’attitudine a cui le prove degli altri membri del cast (in testa un sornione Kevin Spacey, ma senza dimenticare Jon Hamm, Jon Bernthal e Jamie Foxx) danno il loro ottimo contributo.

CONTRO

Per chi ama l’action movie, e per chi ama la musica di cui il film letteralmente straripa, è difficile trovare veri difetti al film di Wright. Si potrebbe obiettare, solo, su una certa attitudine “buonista” del finale, che potrebbe lasciare perplessa una parte del pubblico: una conclusione che forse concede troppo, e in modo troppo esplicito, a quell’attitudine positiva e da fiaba metropolitana (pur sui generis) di cui il film è da subito informato. Ma si tratta di una dissonanza in fondo minima, che viene rapidamente accantonata e assimilata in un contenitore, nel suo complesso, coerente ed irresistibile.

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Marco Minniti

 
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