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AVENGERS: AGE OF ULTRON

 
Regia
 
 
 
 
 


 
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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
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4/ 5


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Pro


Spettacolo di alto livello, sviluppo equilibrato e coerente dei “vecchi” personaggi, tema affascinante.

Contro


A tratti dispersivo, sbrigativo nella presentazione dei nuovi membri del team, poco compatto nella sceneggiatura.


In breve

Dopo la distruzione dello S.H.I.E.L.D., e la dismissione di fatto del progetto Avengers, Iron Man, Captain America, Hulk, Occhio di Falco e Vedova Nera sono costretti ad operare in clandestinità, col loro capo Nick Fury dato per morto e la loro squadra priva di qualsiasi appoggio logistico. Per il gruppo, però, i problemi non mancano: lo scettro di Asgard, infatti, è stato appena rubato da un criminale proveniente dall’Europa dell’Est, che ha reclutato a tale scopo due fratelli dotati di abilità sovrannaturali: una ragazza telepatica, capace di condizionare la mente, e un giovane in grado di muoversi a velocità elevatissime. Per il gruppo, al quale si è appena riunito da Asgard lo stesso Thor, il recupero del reperto è relativamente facile: indagando sulle ragioni del furto, tuttavia, Tony Stark scopre che nello scettro c’è qualcosa di più di quello che tutti hanno sempre creduto. La materia dell’oggetto può essere infatti la chiave definitiva per dare vita ad Ultron: un progetto da tempo accarezzato da Stark, consistente in un’avanzatissima intelligenza artificiale, auto-cosciente, in grado di sventare sul nascere qualsiasi minaccia per l’umanità. Insieme a Bruce Banner, Stark si rimette al lavoro sul progetto, e nel giro di poco tempo riesce a dare una forma definitiva ad Ultron, rendendolo operativo. Questi, però, rivela un’intelligenza e una capacità di iniziativa superiore alle aspettative: presto, Stark dovrà rendersi conto che, per Ultron, eliminare le minacce per l’umanità significa provocarne di fatto l’estinzione…

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Posted 21 aprile 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Sono passati tre anni dal primo The Avengers, pellicola attesa, bramata e infine goduta dai fans della Marvel, realizzazione ultramilionaria e (post)moderna del più elementare sogno infantile: vedere sullo schermo, insieme, una squadra di eroi in lotta per la giustizia, un rassemblement tale da far luccicare gli occhi a chiunque sia cresciuto con le storie a fumetti di quei personaggi. Nel frattempo, il cosiddetto Marvel Cinematic Universe è cresciuto in quantità e complessità: abbiamo avuto, in questi anni, un nuovo capitolo delle avventure di Tony Stark con Iron Man 3, il nuovo scontro tra Thor e Loki in Thor: The Dark World, l’eccellente secondo film dedicato al soldato Steve Rogers, Captain America: The Winter Soldier, nonché la new entry (apparentemente a sé stante, solo in seguito destinata a ricollegarsi al resto dell’universo) dell’autoironico Guardiani della Galassia. Un progetto ambizioso e multimediale, quello del MCU (a questo proposito, la serie tv Agents of S.H.I.E.L.D., tuttora in corso, è solo il primo di una serie di prodotti collaterali destinati al piccolo schermo) che dà misura di come il concetto stesso di franchise, e più in generale di serialità, sia stato rivoluzionato nel corso degli ultimi due decenni.

Ora, i Vendicatori sono di nuovo riuniti, e al timone di regia c’è lo stesso Joss Whedon che aveva portato sullo schermo, con successo, il primo capitolo. Whedon, fan appassionato dei personaggi cartacei, lettore devoto nonché profondo conoscitore dei meccanismi (produttivi e artistici) della macchina-cinema, confeziona un prodotto in linea con l’atmosfera del film precedente: di nuovo, l’opera trasuda della meraviglia (tutta genuinamente infantile) derivata dall’unione di personaggi tanto diversi e (spesso) in rapporto dialettico tra loro, di nuovo c’è un’ottima gestione dell’equilibrio, a livello di spazi e tempi cinematografici, tra i diversi eroi, di nuovo la magniloquenza dell’azione è controbilanciata dalla costruzione di un racconto complesso e calato in un futuro, se non a noi vicinissimo, comunque legato a doppio filo alla contemporaneità.

In più, il soggetto di questo Avengers: Age Of Ultron introduce (direttamente dal suo equivalente fumettistico) un tema da sempre fonte di fascino per il cinema, che per la prima volta va qui ad inserirsi in una storia super-eroistica: quello dell’intelligenza artificiale, che per l’occasione ha come raggio d’azione il palcoscenico sconfinato della Rete. Vengono in mente, a questo proposito, i recenti esempi di science fiction romantico-filosofica di un film come Lei di Spike Jonze, quella più dark e pessimista di Transcendence di Wally Pfister, nonché la recente fiaba futuristica di Humandroid di Neill Blomkamp. La vita artificiale, i motivi etici che l’ipotesi impatta, nonché le conseguenze indesiderate del suo utilizzo, sono tema fondamentale di questa nuova avventura: il soggetto, toccando un argomento dalle implicazioni così vaste, punta quindi decisamente in alto, cercando di ricondurne l’esplicitazione a una struttura che rispetti, nelle sue linee essenziali, le regole del genere. Una “rivoluzione” (che è in realtà un ampliamento dell’universo di riferimento) che non sarà priva di conseguenze sulle opere che seguiranno; visto il carattere (prevedibilmente) “aperto” della storia, e l’introduzione di alcuni nuovi, importanti personaggi.

PRO

Avengers: Age of Ultron è un film che trasuda in ogni sua immagine magniloquenza cinematografica, perfezione tecnica e gran senso dello spettacolo. La regia di Whedon è all’insegna di un ritmo sempre elevato, di una gestione delle sequenze d’azione che riesce a unire (e non è cosa usuale, nell’ambito del moderno cinema action) spettacolarità, gran dispendio di mezzi, e un occhio sempre attento alla leggibilità di ciò che accade sullo schermo. Al netto di un 3D che, al di là della sottolineatura della profondità di alcuni ambienti, non offre un vero valore aggiunto al film, il comparto visivo di questo sequel si attesta sui massimi livelli. In più, Whedon dimostra come sempre un rispetto non indifferente per i suoi personaggi, e (se si escludono qualche battuta e ammiccamento superflui, non comunque tali da disturbare la narrazione) riesce a bilanciare al meglio la presenza di ogni singolo eroe sullo schermo, e il loro peso specifico nella storia. Come nell’episodio precedente (anche se in misura minore rispetto a quello che reputiamo il film migliore dell’intero MCU, il già citato Captain America: The Winter Soldier) la meraviglia e il sense of wonder derivati dalla presenza sullo schermo di tanti eroi, sono calati in una storia che ha una sua complessità, nonché (pur nell’ambito, e con le regole, dell’universo di riferimento) una credibilità di fondo. L’introduzione di un villain immateriale (ma non per questo meno letale) come Ultron, e le implicazioni etiche che la sua presenza porta con sé, sono ragioni di indubbio fascino; così come affascinante risulta la nemesi dello stesso Ultron, l’androide dalla forma umana chiamato Visione (col volto di Paul Bettany): personaggio avvolto da un’ambiguità di fondo che gli conferisce grandi potenzialità per i prossimi film della saga.

CONTRO

Se paragonato al primo The Avengers, questo sequel risulta narrativamente più dispersivo e meno compatto. L’estensione della trama su un palcoscenico più vasto (che spazia dall’Africa alla Corea del Sud, fino alla Jugoslavia) nonché la moltiplicazione dei personaggi, generano a tratti un senso di confusione che il ritmo elevato, e la perfezione tecnica, non sempre riescono a cancellare. Alle prese con un soggetto maggiormente complesso, e dalle implicazioni più vaste rispetto a quello del precedente film, Whedon non è riuscito a dare un’uguale organicità alla narrazione, che spesso sembra procedere per strappi, per singole sequenze d’azione prive di un collante narrativo forte. L’impressione (ed è un paradosso per un film che ha una durata di 141 minuti) è che alcuni snodi di sceneggiatura siano gestiti in modo affrettato: a partire dalla “nascita”, e dalla presa di coscienza, dello stesso Ultron, messo in funzione sbrigativamente e con ben poche remore morali da Stark e Banner, e altrettanto rapidamente votatosi al male e alla distruzione dell’umanità. Un discorso analogo può valere per la presentazione dei due nuovi membri del team, ovvero Quicksilver e Scarlet (interpretati rispettivamente da Aaron Taylor-Johnson ed Elizabeth Olsen): inizialmente alleati del villain di turno, il loro successivo cambio di schieramento (fin troppo prevedibile) avviene in modo affrettato e poco credibile.

Più in generale, l’impressione è che questo sequel difetti dell’equilibrio tra azione e sviluppo del racconto che aveva caratterizzato, felicemente, il suo predecessore: nelle sue due ore e venti di durata, era forse possibile eliminare, o rendere più breve, qualcuna delle (tante) sequenze d’azione, per dedicare qualche minuto in più allo sviluppo dei personaggi e alle loro interazioni.

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Marco Minniti

 
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