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AVE, CESARE!

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Divertito, meta-cinematografico, forte di uno sguardo beffardo, ma consapevolmente affettuoso, sull’industria hollywoodiana di ieri e di oggi.

Contro


La satira del film non graffia fino in fondo, restando spesso nei confini del bozzetto benevolo.


In breve

Hollywood, 1951. Eddie Mannix, a capo della major hollywoodiana Capitol Pictures, è molto efficiente nel risolvere i problemi che le sue star, spesso viziate ed eccentriche, procurano alla produzione. L’uomo, alle prese con una situazione familiare non proprio idilliaca, deve seguire i film in produzione, coprire la gravidanza dell’attrice DeeAnna Moran, e tenere a bada la sete di pettegolezzi delle giornaliste gemelle Thora e Thessaly Thacker. Nel frattempo, Mannix subisce il corteggiamento della Lockheed Corporation, che gli offre una posizione di prestigio e la possibilità di conciliare meglio lavoro e vita familiare. Un giorno, durante la realizzazione del kolossal storico Ave, Cesare!, la star protagonista Baird Whitlock scompare misteriosamente: i peggiori sospetti trovano conferma quando un messaggio anonimo rivela che l’attore è stato vittima di un rapimento.

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Posted 1 marzo 2016 by

 
Recensione completa
 
 

Film d’apertura dell’ultima Berlinale, questo Ave, Cesare, nella filmografia dei fratelli Coen, si colloca esattamente a metà tra i loro migliori “giochi” metalinguistici, e gli episodi più ludici e divertiti della loro produzione. A partire dalla scelta del cast (un parterre di star come George Clooney, Jonah Hill, Josh Brolin, Scarlett Johansson e Ralph Fiennes) è evidente la volontà dei due fratelli di riflettere sulla fabbrica dei sogni e sullo star system hollywoodiano, di ieri come di oggi. Sguardo ravvicinato, intriso di uno humour caustico, sull’industria dell’intrattenimento americano, il film dei Coen punta a smontare e irridere quella patina nostalgica (presente tanto nello spettatore medio, quanto nel critico) che tende a filtrare il passato alla luce di una vista benevola e distorta.

Hollywood, sembrano dirci i Coen, già nei suoi tempi d’oro era produzione in serie di sogni e loro ripetizione, autorialità soffocata dall’industria, convivenza di alto e basso, di arte (poca) e gusto medio (tanto). Il film cambia spesso faccia, diventando di volta in volta un noir, un peplum e un western musicato, ridendo di se stesso e delle dinamiche che lo hanno prodotto; facendo convivere, come in un gioco di specchi, le sue star con quelle del passato da loro interpretate, irridendo la patina fintamente progressista, plastificata e moraleggiante, dei proclami hollywoodiani. Arrivando persino a rappresentare una “minaccia comunista” (tra affascinanti teorizzazioni e salottieri aperitivi) che suffraga scherzosamente le paranoie maccartiste.

Trailer:

PRO

Con lo spirito che è loro solito, i Coen si divertono a smontare pezzo per pezzo la fabbrica dei sogni, gettando uno sguardo ravvicinato (divertito quanto cinico) sui meccanismi che la regolano e le meschinità che la nutrono. La capacità di riflettere sul cinema, sull’atto stesso della produzione filmica e sulle sue implicazioni, è sempre stata una cifra distintiva della filmografia dei due fratelli: qui, la riflessione assume la forma del bozzetto grottesco, irrisorio ma non privo di un inevitabile affetto. In fondo, sembrano dirci i Coen, gli Eddie Mannix li abbiamo incontrati anche noi, abbiamo respirato la loro stessa aria e condiviso (in gran parte) i loro stessi obiettivi. Della natura illusoria, effimera ed industriale delle visioni hollywoodiani siamo partecipi, anche se magari un po’ più consapevoli di altri: gran parte di quelle suggestioni hanno nutrito la nostra stessa esperienza di spettatori, divenendo linfa vitale per il nostro cinema. Di questa consapevolezza, e di un tocco capace di parlare al cultore della loro filmografia, come a quello spettatore “medio” corteggiato dagli Eddie Mannix di ieri e di oggi, si nutre questo nuovo lavoro.

CONTRO

Ci si poteva attendere forse, dai Coen, uno sguardo ancora più cattivo e cinico sull’umanità ritratta, la capacità di smontare del tutto quell’attitudine nostalgica che distorce la visuale con la quale vengono (spesso) giustapposti passato e presente della Settima Arte. La loro commedia sembra a volte preoccupata di non graffiare troppo esplicitamente, di contemperare (in modo fin troppo scoperto) la satira con il ritratto affettuoso, in fondo benevolo. Non è un caso che le sequenze più riuscite siano quelle in cui Clooney si fa coinvolgere, ed irretire, dal gruppo di sceneggiatori comunisti (con un irresistibile Marcuse come teorico): una parte di Hollywood, cioè, già consegnata alla storia, oggetto di una satira con meno implicazioni sul presente, e quindi più lucida.

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Marco Minniti

 
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