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ANT-MAN AND THE WASP

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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In breve

Dopo la “Civil War” che divise gli Avengers, con Captain America e la sua squadra in fuga, Scott Lang/Ant Man viene posto agli arresti domiciliari per aver violato gli accordi di Sokova, aiutando il gruppo del Capitano ribelle. Due anni dopo, l’uomo fa un inquietante sogno in cui vede Janet, la moglie di Hank Pym creduta morta trent’anni prima, dopo il suo ingresso nel mondo quantico, in compagnia di sua figlia Hope, ancora bambina. Quando Scott, turbato per l’evento, chiama Hank per comunicargli la sua visione, viene prelevato da casa sua e portato presso il laboratorio di Pym: qui, l’uomo e sua figlia stanno sperimentando un macchinario che permetterebbe il ritorno di Janet dal mondo quantico. Inizialmente restio, preoccupato che le autorità scoprano la sua fuga dagli arresti domiciliari, Scott acconsente infine ad aiutare Hank e Hope: ma sulla scoperta dei due sembra aver messo gli occhi anche Ava, una misteriosa guerriera che sembra avere il potere di smaterializzare il suo corpo, oltre al gruppo di trafficanti guidato da Sonny Burch, che vuole arricchirsi rivendendo il macchinario sul mercato nero.

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Posted 1 settembre 2018 by

 
Recensione completa
 
 

Nella continuity, ormai complessa ed elaboratissima, che caratterizza il Marvel Cinematic Universe, il sottofranchise dedicato a Ant-Man sceglie per ora di muoversi in modo relativamente autonomo, mantenendo una correlazione non troppo stretta con l’universo degli Avengers e i suoi personaggi. Questo nuovo Ant-Man and The Wasp, ventesimo film del franchise Marvel, e secondo dedicato (specificamente) al personaggio di Scott Lang, fa infatti un passo indietro rispetto agli sviluppi del recente Avengers: Infinity War, ricollegandosi direttamente al finale del precedente Captain America: Civil War, e sviluppando un plot che sarà comunque destinato a integrarsi in modo stretto nel resto dell’universo Marvel: lo fa introducendo, tra l’altro, un nuovo importante personaggio (la Ava Starr/Ghost interpretata da Hannah John-Kamen), e infilando un post-finale (nella seconda delle ormai proverbiali sequenze post-credits) gravido di implicazioni per il prosieguo della storia. Secondo una formula ormai rodata, siamo di nuovo di fronte a un prodotto che fa della proiezione verso il futuro parte del suo fascino.

Unitamente alla sua impostazione all’interno dell’universo Marvel, in equilibrio quindi tra la continuity e l’esigenza di risultare comprensibile anche per chi non avesse visto tutti i precedenti film, questo sequel (di nuovo diretto da Peyton Reed) si muove nel solco del suo predecessore diretto, con un approccio divertito e scanzonato: di nuovo, viene premuto il pedale sull’ironia e autoironia tipiche dell’intero franchise, sfruttando il tema per inanellare gag parodistiche e divagazioni umoristiche nel tessuto action della storia. La definitiva presa di possesso da parte del personaggio di Hope Van Dyne (col volto di Evangeline Lily) del ruolo di The Wasp, induce la moltiplicazione delle sequenze basate sui repentini cambi di dimensioni di uomini e oggetti, con veri e propri paradossi spaziali; mentre viene a cadere la necessità (ovviamente presente nel film precedente) di spiegare la presenza di insetti giganti, edifici in miniatura, ed entità similari. La fantasia della regia si muove quindi a briglie sciolte, mantenendo quell’impostazione lieve, in parte cartoonesca (frutto anche dei trascorsi nella commedia del regista) che già aveva caratterizzato il film precedente.

Trailer:

PRO

Fin dal titolo (che include in sé anche il nuovo – ma fino a un certo punto – personaggio interpretato da Evangeline Lily) Ant-Man and The Wasp annuncia la sua logica all’insegna del raddoppiamento: di azione, innanzitutto, ma anche di umorismo paradossale, di sequenze in cui i limiti della fisica vengono violati e spesso (in pieno stile Marvel) esplicitamente sbeffeggiati. La necessità di introdurre il personaggio e il setting in cui si muove, che in parte condizionava il film precedente, viene qui ovviamente meno, consentendo a Peyton Reed di dispiegare il suo dinamismo nelle scene d’azione, contrappuntando queste ultime di gag e battute fulminanti (spesso parte integrante della costruzione della sequenza), secondo una formula collaudata che trova qui il suo ideale terreno d’applicazione. A metà tra l’epica degli Avengers e l’esplicita autoironia de I Guardiani della Galassia, la serie dedicata a Scott Lang incarna nel modo più semplice ed efficace lo spirito Marvel, favorita anche dalla simpatia del suo protagonista (un Paul Rudd che si cimenta anche in una divertentissima sequenza di “possessione” – evitiamo ovviamente di rivelare di più) e da uno stuolo di ottimi comprimari (qui fa il suo ingresso anche la sempre gradita Michelle Pfeiffer). Gli aficionados Marvel resteranno certamente soddisfatti del risultato, sia in termini di continuity (il postfinale apre scenari davvero interessanti) sia in termini di rispetto del canone, oltre che di godibilità di un prodotto che, comunque, può essere gustato in modo indipendente; vanno sottolineati di nuovo, inoltre, i riferimenti e le suggestioni che rimandano a classici del passato (da Radiazioni RX: Distruzione uomo ai molti tokusatsu giapponesi, passando per il Viaggio allucinante di Richard Fleischer, citato nell’interessante rappresentazione dell’universo quantico), che conferiscono all’operazione quell’aura da cinema popolare che controbilancia efficacemente la natura industriale e (post)moderna del prodotto.

CONTRO

Nonostante si divori con gli occhi, nel momento in cui si cerca di smontare il meccanismo narrativo di questo Ant-Man and The Wasp, ci si accorge della sua sostanziale esilità: di nuovo, il racconto si rivela più interessante per le premesse che pone per il futuro (specie nel nuovo personaggio del Fantasma, e nel suo mentore interpretato da Laurence Fishburne) che per il suo effettivo svolgimento. Una linearità (ed evanescenza) che rende superfluo cercare di comprendere le fantasiose spiegazioni scientifiche legate al regno quantico, che si finisce per accettare semplicemente nella sua (psichedelica) bellezza. Inoltre, il sostanziale azzeramento dei (già ridotti) quantitativi di violenza presenti negli ultimi film Marvel, fanno presumere la ricerca di un target sempre più giovane, che certo non fa bene al franchise nel suo complesso: non ci si libera, specie quando si assiste ai grotteschi confronti dei protagonisti con la banda del gangster Sonny Burch, dalla sensazione di star guardando quello che è di fatto “un film Disney”. Una piega, quest’ultima, che si spera venga corretta nei prossimi film, vista l’eterogeneità di atmosfere (ma anche l’equilibrio) che ha finora caratterizzato, nel suo complesso, l’universo Marvel.

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Marco Minniti

 
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