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ANNABELLE 2: CREATION

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Horror elegante e ben congegnato, dalla solida scrittura, capace di inquietare tenendo a bada i cliché e più scontati espedienti del genere.

Contro


Qualche passaggio narrativo risulta poco credibile. Il film sarebbe riuscito ancor meglio se il regista avesse avuto il coraggio di “asciugarne” ancor più l’impianto visivo.


In breve

Samuel Mullins, affermato produttore di bambole artigianali, perde tragicamente la figlia Annabelle, falciata da un’automobile dopo che la vettura dei Mullins era rimasta in panne a causa di un guasto. Dodici anni dopo, i due coniugi decidono di interrompere la vita solitaria che avevano condotto fino a quel momento, aprendo la loro villa alle piccole ospiti di un orfanotrofio. Tra le bambine, Janice, affetta da poliomelite, sembra notare prima delle altre la presenza di una misteriosa forza che si aggira tra le stanze e i corridoi della villa. Inoltre, la moglie di Samuel, Esther, vive reclusa nella sua stanza, apparentemente affetta da una non meglio precisata malattia. Nel frattempo, i fenomeni inspiegabili si moltiplicano, e iniziano a collegarsi all’inquietante presenza della bambola di Annabelle, rinvenuta una notte da Janice in quella che era stata la stanza della bambina…

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Posted 3 agosto 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Due film, uno spin-off, e infine il prequel di quest’ultimo, tutti collegati dalla presenza (che negli ultimi due capitoli diviene elemento centrale) di uno degli oggetti maledetti per eccellenza del cinema horror, la bambola. La saga voluta da James Wan, che ha avuto origine nel 2013 con L’evocazione – The Conjuring, seguito dallo spin-off Annabelle (2014) e dal sequel The Conjuring – Il caso Enfield (2016), si arricchisce di un nuovo tassello con questo Annabelle 2: Creation, che racconta le origini della bambola maledetta che incrociò la strada dei ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren nel film originale del 2013. Un franchise horror dai risultati commerciali decisamente lusinghieri, quello creato da Wan (qui produttore), che a tutt’oggi potrebbe arricchirsi (e la sequenza post-credits, in questo senso, è più di un auspicio) di nuovi capitoli.

Se il primo Annabelle, diretto da John R. Leonetti, seguiva un canovaccio piuttosto classico, con la bambola maledetta a fare da mattatrice agli incubi dei protagonisti, e da elemento catalizzatore per i principali snodi di trama, qui siamo di fronte a un’opera in cui il topos dell’oggetto antropomorfo malvagio si unisce a un soggetto più vicino a quello di una classica ghost story, sul modello della saga principale (e di tanto cinema horror risalente a tre-quattro decenni fa). La stessa architettura vittoriana della villa in cui si svolge l’azione, coi suoi corridoi e le sue enormi stanze, le cantine e i recessi più o meno nascosti, testimonia della volontà di spostare il focus su un intreccio che muove dal tema della casa infestata, utilizzando come catalizzatore esplicito la presenza di una bambina “peculiare”.

Il tema dell’infanzia e della sua naturale connessione col mondo del sovrannaturale, motivo portante di molta narrativa e molto cinema horror, fa così da trigger per un soggetto che racconta le origini di una maledizione, trasferendo lentamente il focus della storia sulla muta e inquietante figura della bambola posseduta. Quest’ultima, forte di un design che viene replicato in toto (ed è la scelta migliore, vista la carica di irrazionale inquietudine che, da solo, il suo volto è in grado di generare), fa così le “prove generali” per gli orrori che la vedranno protagonista nel film principale, richiamato esplicitamente nelle ultime sequenze, che si riagganciano direttamente al suo prologo. Una continuity forte che, sul modello di molte saghe odierne, il regista David F. Sandberg (al suo attivo il fortunato Lights Out – Terrore nel buio) ha voluto esplicitamente sottolineare.

Trailer:

PRO

Un po’ ghost story kinghiana (con in primo piano il motivo di una piccola loser quale elemento catalizzatore per l’orrore), un po’ riflessione in forma di genere sul lutto e la solitudine, un po’ teatro per le terrificanti gesta di un mostro “minore” del cinema horror (ma non tale nell’inquietudine che è capace di generare), Annabelle 2: Creation si rivela più elegante e d’effetto della media degli horror moderni, contando su una solida ed equilibrata scrittura, e superando in questo la riuscita del suo predecessore. La sceneggiatura delinea bene i diversi personaggi, concentrandosi sulla figura della piccola Janice ma non dimenticando le dinamiche interne al gruppo di amiche, rendendo bene l’orrore dell’emarginazione e facendo innestare su di esso quello portato dal sovrannaturale. La buona regia, efficace ma priva di svolazzi, trova il giusto equilibrio tra le necessità di soddisfare i giovani spettatori del genere (abituati a un ritmo decisamente più elevato rispetto a quello che caratterizzava i classici di qualche decennio fa) e l’attenzione a tenere a bada i cliché e i più vieti espedienti del popcorn horror. Film essenzialmente “di scrittura”, ma non privo di momenti visivamente accattivanti (ne è esempio la prima apparizione integrale della presenza al centro della trama) quello di Sandberg si rivela così un horror capace di soddisfare tanto il pubblico del 2017, a cui resta principalmente rivolto, quanto i più stagionati fans del genere, in cerca di “visioni” meno standardizzate e rassicuranti rispetto alla media odierna.

CONTRO

Qualche forzatura e qualche passaggio poco credibile, specie nel comportamento dei protagonisti di fronte alla minaccia sovrannaturale, fanno capolino qua e là nella trama, rendendo a tratti difficile (ma questo è un rischio che quasi ogni horror corre) la sospensione dell’incredulità. Va detto che se il regista avesse avuto più coraggio nell’asciugare ulteriormente l’impianto visivo del film, eliminando completamente i “salti sulla sedia” e gli effetti più scontati, probabilmente il risultato ne avrebbe giovato ancora di più. Ma, considerate le premesse (che restano quelle di un blockbuster horror pensato, e sviluppato, in un’ottica “seriale”) il risultato resta assolutamente apprezzabile, ben oltre gli auspici iniziali.

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Marco Minniti

 
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