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ANANKE

 
Ananke 2
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4/ 5


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Pro


Film rigoroso nella messa in scena, dalla struttura narrativa originale, capace di trarre suggestione in egual misura dalle sue immagini e da ciò che resta fuori campo.

Contro


Chiunque si aspettasse un’opera dalla struttura più classica, o più facilmente catalogabile in qualsiasi categoria predeterminata, resterebbe probabilmente deluso.


In breve

In un presente imprecisato, l’umanità sta cadendo vittima di una terribile pandemia. Una forma infettiva di depressione contagia chiunque venga a contatto con gli individui infetti, inducendolo al suicidio. L’unica soluzione sembra essere l’isolamento, la reclusione volontaria, la dimensione eremitica. Dopo un lungo e difficile viaggio, un uomo e una donna trovano riparo in un casolare sulle montagne, isolato da tutto, circondato solo dalla natura selvaggia. L’unica loro compagnia, una capra di nome Ananke, nome che indica la dea del destino nella mitologia greca. I loro rituali si ripetono sempre uguali, mentre la donna scrive a sua madre una lettera che probabilmente non giungerà mai a destinazione. Il contagio si arresterà? E, se ciò succedesse, a quale “normalità” la coppia potrebbe tornare?

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Posted 7 gennaio 2018 by

 
Recensione completa
 
 

L’avventura nel cinema di Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente, rispettivamente regista e sceneggiatrice, si è arricchita proprio di recente, nell’appena concluso 2017, di un ulteriore tassello col loro Incanto, presentato all’avellinese Laceno d’Oro. A distanza di due anni, tuttavia, vale la pena tornare al primo lungometraggio della coppia, sicuramente tra i più interessanti esordi del cinema indipendente italiano degli ultimi anni, che trovò ospitalità prima sullo schermo del Pesaro Film Festival, poi tra le visioni del Trieste Science + Fiction. Ananke sembra un corpo orgogliosamente estraneo anche nel panorama indipendente italiano, a partire dalla scelta del formato: un denso 16mm in bianco e nero, in luogo dell’ormai onnipresente (e ben più malleabile) digitale. Quasi una sfida per un’opera che vuole rifuggire a qualsiasi definizione e facile incasellamento.

Dramma post apocalittico minimale, con echi del rigore di Haneke ma anche di molto cinema muto, Ananke vuole innanzitutto mettere in scena un non luogo, uno spazio sospeso ai margini di una civiltà che da qualche parte, fuori campo, sta morendo. Il tempo ha una dimensione relativa, per la storia: sia per la sua struttura non rigidamente cronologica, sia per i segni (la radio d’epoca, l’arredamento del rifugio) che non suggeriscono una precisa collocazione storica. La fine del mondo può arrivare in qualsiasi momento, a spezzare i rituali di una modernità che si ripete sempre uguale a se stessa. Quei rituali ripetuti in modo meccanico anche dalla coppia protagonista, forse incapace di distaccarsi del tutto da una civiltà che intuiamo morente.

Non c’è un “prima” rassicurante a cui tornare, nel film, come evidenzia l’uomo in un significativo dialogo: ma forse solo un “dopo” incerto, nel segno di una rigenerazione ipotetica, ancora tutta da immaginare. Una rigenerazione probabilmente caratterizzata da un diverso rapporto con quel territorio che circonda, selvaggio ma immutabile, mai realmente minaccioso, il rifugio dei due, ricordando loro costantemente l’impossibilità fisica di dominarlo. Una inattitudine di cui i due protagonisti dovranno prendere coscienza, in tutte le sue, anche più radicali, implicazioni.

Trailer:

PRO

Scarno e rigoroso nella messa in scena ma altrettanto vitale, capace di giocare la sua forza tanto sul fuori campo, quanto sulle suggestioni di quadri inquieti, più che contemplativi, Ananke è un esordio da guardare con assoluto interesse, primo tassello di un percorso cinematografico personale e del tutto originale. I lunghi piani sequenza, così come la reiterazione di azioni e rituali da parte dei due protagonisti, si contrappongono a scelte di montaggio che spezzano la rigida cronologia del racconto, in cui l’interno della casa, rifugio dalla natura sempre più contingente e meno rassicurante, si alterna a un fuori che si offre (con le sue asperità, ma anche la sua capacità di soccorso) a una coesistenza che si vuole basata sull’equilibrio e non più sul dominio. L’asciuttezza inquieta della scrittura, la struttura della storia basata su una circolarità in un certo senso rapsodica, la fotografia perfettamente in linea con l’atmosfera ricercata, fanno del film di Romano un esordio capace di dire molto, sia sul piano prettamente estetico che su quello della progettualità per un cinema (futuro) capace di affrancarsi da ogni facile classificazione.

CONTRO

Chi sia arrivato ad un lavoro come Ananke molto difficilmente l’avrà fatto senza aver consapevolezza delle peculiarità del progetto, dei suoi punti di riferimento, della sua natura assolutamente indipendente: ci sembra superfluo, quindi, sottolineare che chiunque si aspetti un’opera dalla fruizione facile e “trasparente” resterà probabilmente deluso. Quello di Romano è un lavoro che va fruito adattandosi ai suoi tempi e spazi cinematografici, senza lasciarsi contagiare da attese (tanto quelle – del tutto fuori luogo – legate a qualsivoglia “genere”, quanto a quelle riferibili a certi cliché pur presenti nel panorama indie) che finirebbero per influenzarne, negativamente, la ricezione.

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Marco Minniti

 
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