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AMMORE E MALAVITA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
4/ 5


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Pro


Contaminazione di grande efficacia, a tratti irresistibile, tra diversi generi e filoni, espressione di un approccio popolare al cinema che nel nostro panorama resta merce rara.

Contro


Nel film è presente qualche lungaggine narrativa, dovuta anche ai 133 minuti complessivi. In qualche frangente, specie nella frazione finale, l’elemento-credibilità vacilla un po’.


In breve

Napoli. Quando Don Vincenzo, “o’ re do pesce”, subisce un attentato all’interno del suo stabilimento, lui e la verace moglie hanno un’idea geniale: simulare la morte dell’uomo, utilizzando al suo posto un sosia da uccidere e piazzare nella bara, per godersi così, in incognito, i frutti della propria attività criminale. Le cose vanno bene fin quando, all’ospedale, il fidato Ciro, killer al servizio del boss, non decide di risparmiare una testimone che potrebbe far crollare l’intera recita. Ciro ha infatti riconosciuto in quella giovane infermiera la bella Fatima, vecchio e mai dimenticato amore di gioventù. Il killer decide così di tradire i suoi compagni e di mettere in salvo Fatima, divenendo agli occhi di tutti un “infame”, da punire con la morte. Sulle sue tracce si metterà così Rosario, suo vecchio “fratello di sangue”, ora incaricato di ucciderlo…

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Posted 10 ottobre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

All’interno di un cinema di genere italiano che, da qualche anno, sembra aver ripreso (ma non sappiamo ancora per quanto) un minimo di slancio e vitalità, i fratelli Manetti continuano a seguire le loro personali traiettorie. Fa piacere rilevare una distribuzione mainstream per un film come questo Ammore e malavita, e viene sinceramente da sperare che il risultato al botteghino (complice la presentazione nel concorso dell’appena conclusa Mostra del Cinema di Venezia) possa finalmente premiare il coraggio e la perseveranza dei due cineasti. Fa piacere perché, ben prima del successo di titoli come Lo chiamavano Jeeg Robot e Veloce come il vento, i Manetti erano ben consapevoli della necessità di recuperare un approccio artigianale e popolare al nostro cinema, che non passasse necessariamente per la commedia da botteghino o per una spenta autorialità: film non adeguatamente premiati dai risultati commerciali, come L’arrivo di Wang e Paura 3D, stavano già lì a testimoniarlo.

Questo Ammore e malavita, ora, sembra voler chiudere un dittico con quel Song‘e Napule che, quattro anni fa, infiammò, divertì e convinse la platea della Festa del Cinema di Roma. Ancora la città di Napoli in primo piano, come luogo deputato ideale di un’anima popolare che, dal passato glorioso del nostro cinema, si proietta direttamente verso il futuro, verso un approccio che si fa inevitabilmente meticcio e contaminato. Non è un caso che un altro esempio di opera rilevante (anch’essa vista al Lido) ambientata nel capoluogo campano, sia il quasi contemporaneo Gatta Cenerentola: da una parte l’animazione cyberpunk che recupera Basile e gli archetipi della fiaba, dall’altra il noir virato in musical che guarda (in egual misura) a Hollywood e ad Hong Kong. Al centro di entrambi, una città magmatica, unica e insostituibile nelle sue contraddizioni.

Questo nuovo film dei Manetti corre veloce e spregiudicato attraverso i generi, ne scardina le premesse, si fa beffe dei loro topoi nel momento stesso in cui li ribadisce: non ha paura a spezzare la tensione di una pistola puntata in faccia con una parentesi musical, e non ha paura successivamente a far esplodere il colpo, malgrado tutto. I Manetti buttano nel loro contenitore il melò più spudorato e (volutamente) ingenuo e la sceneggiata napoletana, il musical e il noir à la Fernando Di Leo, l’heroic bloodshed di Hong Kong e la commedia d’azione americana in stile Ocean’s Eleven. Il loro immaginario è debordante, come sempre, e al gioco sembrano stare tanto i compositori di fiducia Pivio e Aldo De Scalzi (notevole e variegato il loro lavoro) quanto un cast efficace sia quando si tratta di recitare, sia quando gli viene invece richiesto di cantare o di sparare: in testa, il notevole Carlo Buccirosso nel ruolo di Don Vincenzo, seguito da un Giampaolo Morelli tanto (volutamente) inespressivo, quanto fisicamente perfetto per il ruolo.

Trailer:

PRO

Ora più che mai, ora che i due fratelli sono giunti al sesto lungometraggio, il cinema dei Manetti va difeso e sostenuto. Ammore e malavita conferma un’attitudine alla Settima Arte che è popolare e insieme personale, che attraversa i generi senza farsene fagocitare, e si nutre di immaginari diversificati, riuscendo a volte a farli collidere, a volte ad amalgamarli con un sense of wonder che stupisce e ammalia. Il film guarda chiaramente al passato e alla storia del nostro cinema di genere, non si risparmia, malgrado il tono grottesco, in fatto di mostra esplicita della violenza e del sangue, ma contemporaneamente si proietta verso altri contesti cinematografici (Hong Kong in primis) rintracciando un fil rouge popolare (e a volte popolaresco) che viene da lontano. In questo senso, non è un caso che i casermoni e i vicoli di Scampia somiglino tanto (anche per come sono ripresi) ai quartieri popolari di Hong Kong, che molte sequenze d’azione rimandino al cinema di John Woo (colombe che volano comprese), che i temi di tradimento, onore e amicizia virile siano gli stessi che il noir cantonese riprese e portò al parossismo, mutuandoli dalla sua controparte americana. L’amalgama tra il melò, la commedia, il musical e il gangster movie, l’attitudine ad attraversare spregiudicatamente i filoni smontandoli da dentro, irridendoli e divertendosi col cinema, sono una cifra stilistica che i due fratelli, ormai padroni del proprio stile, riversano a piene mani in questo nuovo lavoro. Mantenendo forte una propria idea di cinema, ma evitando di ripetersi pedissequamente di film in film (anche laddove, come nel caso del precedente Song‘e Napule, si possono rintracciare superficiali affinità contenutistiche) i fratelli Manetti si confermano parte importante dell’attuale panorama cinematografico italiano. L’auspicio è che arrivi presto, per il duo, un riconoscimento (anche) in termini di premi di una certa rilevanza (e i premi Pasinetti – per il film e il cast – ottenuti a Venezia, possono in questo senso essere di buon auspicio).

CONTRO

L’inusuale dilatazione nella lunghezza, per questo film dei Manetti (133 minuti) porta inevitabilmente a qualche lungaggine, specie in un “prologo” dal peso forse sproporzionato rispetto al resto del film. Il meccanismo narrativo ordito dalla sceneggiatura, stretto nella necessità di tenere insieme più registri, rischia di incepparsi nella frazione finale, in cui (specie nel flashback subito precedente alla chiusura del film) diventa a tratti difficile sospendere l’incredulità. La protagonista Serena Rossi, abile nel canto e con una certa “ruspante” efficacia nella presenza scenica, si mostra inoltre leggermente in difficoltà nei registri più esplicitamente melò. Sbavature, queste ultime, che comunque non inficiano il quadro d’insieme (curato nella confezione, e insieme pieno di un’energia cinematografica difficile da rintracciare altrove) che il film offre.

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Marco Minniti

 
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