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ALLA RICERCA DI DORY

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Ottima regia, intelligente concezione della serialità, ben riconoscibile nucleo di temi forti che rappresentano un po’ il marchio di fabbrica Pixar.

Contro


Un po’ della magia del film originale viene inevitabilmente persa. Alcune soluzioni narrative (tra cui quella del lungo finale) difettano visibilmente in credibilità.


In breve

Tre anni dopo il salvataggio di Nemo, Dory inizia a ritrovare pezzi di memoria del proprio passato e dei propri genitori. Durante una lezione di Mr. Ray riguardante la migrazione, il pesce ricorda distintamente alcuni particolari della sua infanzia, e ha la precisa consapevolezza che i suoi genitori vivevano in una località chiamata “Gioiello di Morro Bay”, in California. Dory riesce così a convincere un riluttante Marlin ad accompagnarla alla ricerca dei genitori, insieme a Nemo, in un lungo viaggio fino alla California. Nella loro traversata, i tre finiranno per separarsi e per ritrovarsi in una riserva naturale marina, luogo che forse rappresenta la chiave per la comprensione del passato di Dory e per la riuscita della sua ricerca.

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Posted 14 settembre 2016 by

 
Recensione completa
 
 

La rinnovata sinergia creativa tra Disney e Pixar, unita al cosiddetto “nuovo rinascimento” della Casa del Topo, frutto del diretto coinvolgimento creativo di John Lasseter nei suoi progetti, si è concretizzata negli ultimi anni in un sempre maggior avvicinamento dei prodotti dei due studi. Se da un lato i film Disney, come il recente Zootropolis, acquistano in parte le modalità narrative e le atmosfere di quelli della casa fondata da Lasseter, i prodotti di quest’ultima si avvicinano sempre più alle logiche seriali e al modo di parlare al pubblico tipici delle opere Disney. Un esempio plastico di questo avvicinamento è proprio questo nuovo Alla ricerca di Dory, sequel del fortunatissimo Alla ricerca di Nemo del 2004, diretto dal regista del primo film, Andrew Stanton, coadiuvato da Angus MacLane.

Un sequel, quello di Stanton e MacLane, che è contemporaneamente anche spin-off del film originale, visto il suo essere incentrato su una guest star del film del 2004, lo smemorato pesce Dory. Il film, in questo senso, sposa una concezione della serialità tutta moderna (non necessariamente lineare, visto anche il suo inizio in flashback e il suo intersecarsi con l’intreccio dell’originale) ma ribadisce una concezione narrativa dei prodotti di animazione che, unita all’enfasi su certi temi tipicamente disneyiani (primo tra tutti, quello della famiglia) si configura sempre più come un marchio di fabbrica per la casa di Lasseter. Così, spazio a temi come la diversità (già al centro del primo film), la ricerca dell’individualità, la valorizzazione delle proprie forze e il tema del viaggio (motivo forte di entrambi i film) come scoperta di se stessi e del proprio spazio nel mondo.

Trailer:

PRO

Va fatta innanzitutto la considerazione più ovvia, nell’approcciarsi a questo Alla ricerca di Dory: gli spettatori cresciuti col primo film (e con i prodotti coevi, usciti negli anni della maturità dell’animazione digitale) saranno felici di ritrovare personaggi, motivi forti e atmosfere che avevano fatto la fortuna dell’originale. In questo senso, il modo del film di approcciare la continuity (con l’esplorazione dell’infanzia del personaggio e il successivo “incrocio” con la trama del film del 2004) è sicuramente interessante, specie se contrapposto alla logica seriale lineare (ad esempio) delle opere targate Dreamworks. Proprio se contrapposto al recente, stanco L’era glaciale – In rotta di collisione, il film di Stanton e MacLane brilla tanto per la sua estetica, quanto per il cuore che pulsa in esso, per la pregnanza dei suoi temi, per l’attenzione ai singoli personaggi e a uno sviluppo narrativo articolato e coerente. Alle finezze cromatiche che raffigurano la vita dell’oceano (e della riserva naturale al centro dell’avventura dei protagonisti) si sommano i già citati temi forti della poetica (è il caso di definirla tale) dello studio di Lasseter; qui inframezzati a un’avventura che corre veloce puntando primariamente, ma non esclusivamente, a intrattenere. Senza dimenticare quel fondo malinconico, connesso alla consapevolezza dello scorrere del tempo, che è da sempre parte, anch’esso, del nucleo forte di temi delle opere Pixar.

CONTRO

Un sequel, pur riuscito, come questo Alla ricerca di Dory non ha (considerazione ovvia, ma da ribadire) il lirismo e la profondità tematica dei più felici prodotti Pixar, quali Toy Story 3 o Inside Out. Vette creative, queste ultime, che qui, è bene dirlo, restano abbastanza lontane: in un’opera che punta innanzitutto, senza barare o cercare forzatamente la gag che strizzi l’occhio ai genitori o agli spettatori più stagionati, a divertire e intrattenere. Se è vero che la riproposizione sostanziale del canovaccio del film del 2004 (con il viaggio, e la scoperta di se, di un personaggio affetto da un handicap) fa perdere inevitabilmente ad esso un po’ di freschezza, è anche vero che alcune soluzioni narrative adottate finiscono per snaturare in parte la credibilità che la storia si era conquistata. La lunga sequenza conclusiva, pur apprezzabile tecnicamente, è in questo senso un esempio di “tradimento”, da parte della trama, delle premesse che essa stessa aveva posto. Una stonatura che si avverte, e che rappresenta un limite per un’opera altrimenti equilibrata, nel segno della coesistenza tra esigenze di “formato” e capacità di garantire profondità e freschezza in un intreccio abbastanza standardizzato.

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Marco Minniti

 
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