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ALCOLISTA

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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1 total rating

 

Pro


Funzionano il tono cupo e il clima “sporco” del film, caratterizzato da un’estetica capace di inquietare anche nelle frequenti sequenze girate in esterni.

Contro


La sceneggiatura, poco compatta e a tratti poco credibile, nuoce in parte all'efficacia del quadro generale. La recitazione del protagonista risulta a tratti troppo sopra le righe.


In breve

Daniel, alcolista cronico, si sveglia ogni giorno con un preciso intento: uccidere l’uomo che vive dall’altra parte della strada. Per un motivo o per l’altro, tuttavia, Daniel non riesce mai a realizzare il suo proposito, sprofondando sempre più in uno stato maniaco-depressivo. Alla dipendenza dall’alcool si aggiungono frequenti allucinazioni, al punto che l’uomo non riesce più a distinguere cosa sia reale e cosa non lo sia. Quando nella sua vita giunge casualmente Claire, operatrice di un centro di disintossicazione dall’alcool, la reazione di Daniel è dapprima di rabbioso rifiuto; tuttavia, quando si rende conto che la sua dipendenza gli sta impedendo di realizzare il suo intento omicida, Daniel finisce per accettare l’aiuto della donna…

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Posted 20 maggio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Tre anni dopo l’esordio di The Perfect Husband, thriller/horror indipendente che occhieggiava a molto cinema di genere statunitense, l’italoargentino Lucas Pavetto torna sul grande schermo con questo insolito Alcolista. Ancora una produzione totalmente indipendente, per il regista, che vede nei ruoli principali la stessa coppia (gli attori Bret Roberts e Gabriella Wright) che già era stata protagonista del suo esordio; e ancora un thriller, che stavolta affronta direttamente (nella forma del cinema di genere) il tema della dipendenza dall’alcool. Al di là dell’ambientazione americana (il film è stato girato in gran parte nella città di Buffalo, nello stato di New York) il soggetto fornisce stavolta pochi indizi sul background della vicenda: fin dalla prima sequenza, veniamo catapultati direttamente nel mondo allucinato del protagonista, venendo edotti (senza ulteriori spiegazioni) dei suoi intenti omicidi.

Dipanando lentamente il mistero dell’esistenza (e della dipendenza) del protagonista Daniel, il film di Pavetto si muove prevalentemente nei territori del thriller psicologico, con frequenti divagazioni nell’horror a sottolineare le allucinazioni e gli incubi del personaggio. Il tono, improntato a una claustrofobia che non trova sollievo neanche nelle (frequenti) sequenze in esterni, è direttamente legato (e in parte guidato) dall’umorale prova del protagonista Bret Roberts, tesa a rendere anche fisicamente i segni della dipendenza. La cupa fotografia, e una regia tutta finalizzata a scandagliare un mondo interiore in cui si fondono passato e presente, realtà e allucinazione, caratterizzano ulteriormente il film nel segno di un cinema di genere che nega costantemente l’elemento catartico. Quasi a specchiarsi in una dipendenza capace (come un personaggio emblematicamente afferma) di incidere segni indelebili e di trasformare per sempre l’individuo.

Trailer:

PRO

Le aspirazioni di Alcolista sono piuttosto alte, e il comparto visivo del film, pur nelle ristrettezze di budget, riesce a rendere con efficacia la realtà allucinata del protagonista, illuminando la sua dipendenza con poche e funzionali sequenze. A funzionare, nel film, è soprattutto il clima “sporco” a cui la storia è improntata, unito al rifiuto di qualsiasi approccio meramente moralista o retorico al tema: la dipendenza è qui elemento scatenante (ma non primario) di una personale discesa agli inferi, ma l’analisi sociologica resta volutamente (e giustamente) fuori dalla porta. Va poi sottolineata l’efficacia della fotografia (curata dall’italiano Angelo Stramaglia) capace di generare inquietudine sia nei claustrofobici interni, sia nei luminosi e stranianti esterni, ugualmente generatori di sofferenza per il protagonista.

CONTRO

A non funzionare del tutto, nel film di Pavetto, è una sceneggiatura che manca di compattezza, dal carattere piuttosto episodico, non sempre in grado di fondere con efficacia i diversi registri che caratterizzano il film. L’elemento delle allucinazioni, in particolare, si rivela scarsamente integrato nel contesto del racconto, mentre l’evoluzione della vicenda segue un binario in cui a un certo punto diviene difficile sospendere l’incredulità. Va sottolineato inoltre come la recitazione del protagonista Bret Roberts (che mostra comunque il giusto impatto “fisico” per rendere sullo schermo l’idea della dipendenza) sconfini a tratti in un artificioso istrionismo, tale da renderla a volte poco credibile: la sottrazione, in certi casi, può risultare più efficace del registro ricercatamente esplicito (specie quando reiterato).

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Marco Minniti

 
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