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AGADAH

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Affascinante, visivamente magnetico, capace di ipnotizzare con la sua moltiplicazione di storie e visioni.

Contro


A tratti la scomposizione del racconto finisce per far perdere di vista il quadro d’insieme, rendendo ostica la fruizione.


In breve

Maggio 1734: Alfonso Van Worden, ufficiale vallone al servizio di Re Carlo, ha l’ordine di raggiungere il suo reggimento a Napoli nel più breve tempo possibile. Per recarsi nel capoluogo campano, l’uomo decide di attraversare l’altopiano delle Murgie, ma il suo servitore Lopez cerca di metterlo in guardia: la zona, infatti, si dice sia infestata da spettri e demoni inquietanti. Ridendo di simili superstizioni, Alfonso si mette ugualmente in cammino: il suo percorso si snoderà attraverso dieci lunghe giornate, e sarà popolato da apparizioni misteriose, presenze inquietanti, racconti sanguinosi, incontri scabrosi in locande malfamate, visioni ricorrenti. Quello di Alfonso sarà un vero e proprio percorso iniziatico, forse realtà, forse sogno, forse un insieme inestricabile delle due cose.

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Posted 23 novembre 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Sul modello di quanto fatto da Matteo Garrone nel suo Il racconto dei racconti, il regista Alberto Rondalli tenta un’opera di adattamento e rilettura cinematografica di un classico della letteratura popolare, in una cornice storica intessuta di elementi di leggenda. L’operazione è molto ambiziosa, considerata l’estensione e la complessità del modello letterario: il Manoscritto trovato a Saragozza rappresenta infatti la sola opera del conte polacco Jan Potocki, che dedicò alla sua stesura (in lingua francese) gran parte della sua vita. Un romanzo di cui non si ha, a tutt’oggi, un’edizione completa e revisionata (la stampa originale del 1805 comprendeva solo la prima parte, mentre della terza e ultima frazione si è persa la stesura originale in francese, ricostruita solo in due distinte versioni del 2008); un’opera che consta di una struttura letteraria a scatole cinesi, in cui il viaggio iniziatico del protagonista ricomprende una serie di racconti incastonati l’uno nell’altro, in una moltiplicazione continua di vicende e personaggi.

Una sorta di “Decamerone gotico”, quello di Potocki, che già interessò il cinema nel 1964, quando il regista polacco Wojciech Has ne realizzò una prima trasposizione filmica, intitolata anch’essa Manoscritto trovato a Saragozza. Rondalli, in questa sua nuova versione, effettua un adattamento libero del testo originale, condensando il suo contenuto in dieci giornate, e non nascondendo la cornice letteraria del tutto (lo stesso conte è ritratto nel film nell’atto di dar vita alla sua creazione, in un contenitore che racchiude tutti i racconti che ne compongono la tessitura). Il viaggio del protagonista (un ottimo Nahuel Pérez Biscayart, già visto in 120 battiti al minuto) si snoda attraverso la riproposizione di alcuni elementi ricorrenti (l’incontro con le due dame musulmane, il risveglio sotto la forca a cui sono appesi i corpi di due condannati) alternati ad improvvise accelerazioni e visioni, andando a comporre un affresco dal forte valore simbolico. Lo stesso titolo Agadah, termine della cabala che indica l’atto del narrare, esalta il potere affabulatorio del racconto, elevandolo al di sopra di elementi quali la coerenza interna.

 

Trailer:

PRO

Rondalli porta sullo schermo, con Agadah, un’opera ambiziosa e affascinante, che tenta di filmare ciò che per definizione non è filmabile (un racconto che ne contiene un’infinità di altri) puntando a ricomporre il testo in una struttura coerente, senza fargli perdere il suo potere affabulatorio. L’operazione, molto complessa, può dirsi riuscita sul piano prettamente visivo e d’impatto: il film di Rondalli è ipnotico, ricco di fascino, mentre la compenetrazione, nel racconto, di elementi ricorsivi (le due dame, gli impiccati), di deviazioni rizomatiche (la moltiplicazione delle storie) su di una necessaria struttura lineare, viene gestita dalla sceneggiatura in modo apprezzabile. Ci si scopre ipnotizzati, durante la visione, nel tentativo di decifrare gli innumerevoli simbolismi di cui lo script dissemina il racconto, ma anche agganciati da una capacità di narrare che fa convivere le avventure boccaccesche con le visioni de Le mille e una notte. Un risultato che, insolito per atmosfera e resa nell’attuale panorama italiano, può essere ascritto anche all’ottima ricostruzione scenografica e d’ambiente (opera dello scenografo Francesco Bronzi) e alle buone prove del cast, tra cui segnaliamo anche gli italiani Alessio Boni, Alessandro Haber e Caterina Murino.

 

CONTRO

Se abbiamo voluto citare in apertura (più per la simile ambizione dell’operazione e per l’origine letteraria, che per una reale affinità di temi) il caso di Garrone e de Il racconto dei racconti, va ricordato che il film di Rondalli rappresenta, in sé, una visione molto più complessa e in certo qual modo impegnativa, rispetto all’adattamento di Basile fatto da Garrone. Ci si può perdere (e l’effetto è anche voluto) nella struttura priva di punti di riferimento di Agadah, ma soprattutto si rischia a tratti di non riuscire a trarne un quadro d’insieme, di smarrire il senso ultimo, di perdere di vista la figura – che il film aspira invece a fare, nonostante tutto, centrale – del protagonista col volto di Biscayart. La moltiplicazione e la scomposizione delle storie, elemento centrale del film, spesso fanno perdere di vista la “gestalt”. Un limite, questo, che era da mettere in conto, data la natura singolare (e tutt’altro che semplice da gestire) di un adattamento come quello del romanzo di Potocki.

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Marco Minniti

 
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