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A GOOD AMERICAN

 
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Scheda
 

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Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Documentario mosso da un’urgenza divulgativa genuina, visivamente accattivante, capace di schivare le trappole del didascalismo.

Contro


Costruito su una precisa tesi, il film non porta sufficienti dati probanti a sostegno di essa, risultando inevitabilmente parziale.


In breve

La Guerra Fredda è appena finita, mentre l’11 settembre 2001 è ancora di là da venire: negli uffici della National Security Agency, il cripto-matematico William Binney e il suo team iniziano a sviluppare un rivoluzionario programma di sorveglianza, che, evitando di invadere la privacy, promette un’altissima affidabilità contro eventuali minacce terroristiche. Il suo segreto è la selezione intelligente dei soggetti da sottoporre a sorveglianza, basata sui metadati, e il criptaggio delle informazioni intercettate. Poco prima degli attacchi alle Twin Towers, i vertici della NSA sospendono l’utilizzo del software, in favore del più costoso e invasivo programma concorrente. Un anno dopo, una simulazione al computer sembra indicare che il programma di Binney avrebbe scongiurato gli attentati…

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Posted 2 marzo 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo Citizenfour, A Good American: due opere quasi complementari, quelle dirette rispettivamente da Laura Poitras e Friedrich Moser, uscite a un anno di distanza l’una dall’altra (e giunte in Italia, entrambe, con due anni di ritardo), incentrate sullo spinoso tema della sorveglianza nell’epoca della Rete e della minaccia del terrorismo globale. Un tema che, con l’incertezza derivata dall’elezione alla presidenza degli USA di Donald Trump (coi suoi problematici rapporti con la stessa intelligence statunitense) riceve ora nuova linfa vitale.

Se il documentario della Poitras, insignito dell’Oscar nel 2014, andava a scandagliare la vicenda Wikileaks, registrando la pericolosa intervista effettuata dalla stessa regista ad Edward Snowden, Moser fa invece un passo indietro, andando ad indagare le basi che resero possibile la gigantesca invasione della privacy denunciata da Snowden. Lo scopo del regista è quello di dimostrare che fu una precisa scelta politica quella che, con la presidenza Bush (e in seguito anche con quella Obama) sacrificò una reale chance di sicurezza alla velleitaria ricerca del controllo globale, del tutto inadeguata di fronte alla minaccia terroristica. Una scelta compiuta in nome di interessi economici e clientelari.

Per portare avanti la sua tesi, il regista dà al suo documentario una struttura piuttosto classica, priva del clima claustrofobico (favorito, nella fattispecie, dalle condizioni di realizzazione) che caratterizzava quello della Poitras. Al centro, le interviste frontali a William Binney e ai suoi collaboratori (col matematico in posizione privilegiata) alternate a spezzoni di filmati di repertorio, brevi frammenti ricostruiti e immagini d’ambiente in chiave di sottolineatura visiva. Una struttura che copre un arco di tempo piuttosto ampio (si parte dall’inizio della carriera di Binney, negli anni ‘60) in modo non cronologico, con una selezione del materiale da portare sullo schermo tesa a dar forza ai concetti espressi dal film.

Trailer:

PRO

Non si può non riconoscere la genuina urgenza divulgativa che muove un documentario come A Good American, a sua volta derivata da un impeto ideale (non ideologico) che accomuna il regista Friedrich Moser al suo protagonista, William Binney. Un’urgenza che si traduce in una trattazione vibrante, emotivamente forte, capace di arrivare alla mente e ai nervi di chi guarda coi meri strumenti del documentario classico. Strumenti che tuttavia qui si smarcano, fin da subito, dalle trappole del didascalismo, con una costruzione esteticamente accattivante, assolutamente cinematografica nella sua messa in quadro e per niente scontata nelle scelte estetiche. Piuttosto che la sottolineatura visiva smaccata delle interviste, il regista opta intelligentemente per la suggestione e i rimandi indiretti, riuscendo a dare al film un’atmosfera che vive e respira al di là del rapporto col suo oggetto. La stessa scelta di non narrare cronologicamente gli eventi, scegliendo piuttosto un percorso fatto di (ragionati) salti temporali, aiuta a mantener viva l’attenzione, a prescindere dall’idea che lo spettatore può costruirsi sugli eventi narrati.

CONTRO

Il limite (serio) di questo A Good American è quello di non portare sufficienti prove a sostegno della sua tesi: al di là della simulazione che sarebbe stata effettuata da Binney un anno dopo gli attentati alle Twin Towers, il film chiede allo spettatore una sorta di atto di fede, un’adesione aprioristica ai suoi punti di partenza, che la mente più scettica non può ovviamente garantire. Parte del problema deriva (come spiegano i titoli di coda) dal rifiuto dei vertici dell’NSA, e degli altri organismi messi sotto accusa da Binney, a farsi intervistare per il film: dando voce a una sola delle due parti in causa (lo stretto entourage del cripto-matematico) l’opera non può che risultare parziale. Tuttavia, al di là delle contingenze più pratiche che hanno dato al film questa forma, il “problema” è anche concettuale: l’apertura del documentario, con le immagini degli attentati dell’11 settembre, la drammatica registrazione della telefonata di una vittima poco prima dello schianto, e le dure parole di Binney a condannare coloro che (nella sua visione) non impedirono quella tragedia, stabilisce da subito un legame emotivo forte (ma anche arbitrario) con quella che sarà la trattazione del film. Trattazione cinematograficamente valida, ma povera di elementi concreti a sostenere le sue basi.

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Marco Minniti

 
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