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L’ULTIMO LUPO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
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4/ 5


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Pro


Visivamente potente, avvincente e di spessore, con un buon uso del 3D.

Contro


Sceneggiatura che non sempre approfondisce al meglio i personaggi e i loro rapporti.


In breve

Cina, nei primi anni della Rivoluzione Culturale. Chen Zhen, studente di Pechino, viene inviato nelle zone interne della Mongolia per fare l’insegnante, nell’ambito dei programmi governativi tesi a portare la cultura dello Stato Socialista tra le tribù nomadi dell’area. Il giovane si installa presso un accampamento in mezzo alla steppa, ospite di una famiglia di pastori; nelle fredde e inospitali terre della zona, lo studente viene a contatto con una cultura nuova, fatta di un rapporto con la
terra, e con le specie che la abitano, a lui completamente sconosciuto. In particolare, Chen Zhen è colpito dal timore misto a rispetto che i pastori nutrono verso il lupo, pericoloso predatore e allo stesso tempo elemento essenziale per l’equilibrio dell’ecosistema. Quando alcuni mercanti, provenienti dalle aree urbane, decidono di forzare tale equilibrio, sottraendo ai lupi le specie da essi predate, si innesca una catena inarrestabile di reazioni: i lupi, affamati, attaccano e uccidono il bestiame degli allevatori, spingendo le autorità ad ordinare l’uccisione di tutti i cuccioli di lupo della zona. Chen Zhen, colpito e affascinato dalla fierezza di questi animali, decide di salvare ed allevare personalmente uno dei cuccioli. Ma l’equilibrio che prima caratterizzava la convivenza tra le diverse specie della steppa, e quella tra queste e l’uomo, è ormai compromesso: la stessa azione di Chen Zhen, mirata a salvaguardare un animale con cui sente una profonda empatia, non sarà priva di conseguenze.

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Posted 26 marzo 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Dopo la sontuosa produzione storico/epica de Il principe del deserto, in cui oggetto di indagine erano i rapporti tra culture e idee di modernità antitetiche, Jean­Jacques Annaud torna con questo  L’ultimo lupo ad approfondire il tema del rapporto tra l’uomo e l’ambiente: in particolare, il regista francese si sofferma qui sulla convivenza tra l’essere umano e una delle specie da esso più temuta, chiudendo un’ideale trilogia che era iniziata nel 1988 con L’orso e proseguita nel 2004 con Due fratelli. Annaud si conferma autore peculiare ed eclettico, dalla poetica riconoscibile malgrado la varietà ed eterogeneità dei temi trattati nella sua carriera: il cineasta francese ha sempre espresso una via personale, dal gusto tipicamente europeo, al cinema di intrattenimento, e anche in questa sua ultima fatica (tratta da un romanzo di grande successo in Cina) non si smentisce. Wolf Totem (titolo più bello ed esplicito di quello scelto dalla distribuzione italiana) ha il respiro e l’impatto emozionale del grande cinema hollywoodiano, unito a una sensibilità per i personaggi, uomini e animali, e a una valorizzazione degli elementi scenografici, che restano del tutto personali. In più, il regista francese decide qui di fare uso, per la prima volta in un suo lungometraggio, del 3D: un uso intelligente e mai gratuito, che da un lato regala profondità e immersività agli scenari naturali in cui la vicenda è ambientata, dall’altro conferisce spessore e vicinanza agli stessi lupi, gli interpreti più convincenti e magnetici dell’intera opera. Lo scopo è quello di raccontare una vicenda di incontro e scontro tra culture diverse, ma soprattutto l’eterno confronto tra natura e cultura; e quello di indagare i limiti, la possibilità e la liceità dell’intervento umano sugli equilibri naturali, si espliciti esso in forme cruente (l’uccisione dei lupi) o dal segno apparentemente opposto (l’allevamento forzato, in un ambiente estraneo, di un cucciolo di predatore). Un confronto in cui lo sguardo del regista è partecipe ed empatico con il suo oggetto di indagine (il mondo naturale e la società dei lupi) ma non tralascia di considerare la complessità di un periodo drammatico, in cui l’impeto rivoluzionario andava ad intaccare norme ed equilibri secolari, modificando per sempre il volto, e l’identità stessa, di intere comunità.

PRO

La messa in scena di Annaud è, come sempre, sontuosa, ricca di fascino, magnetica. La bellezza delle scenografie della steppa si somma alla forza di singole, notevoli sequenze (una per tutte, l’ultimo attacco dei lupi all’accampamento umano) andando a comporre un affresco visivamente pregevole. Affresco impreziosito da un uso della stereoscopia intelligente e mai gratuito, che riesce anche a massimizzare l’espressività (non usiamo le virgolette, perché il termine è corretto, anche se non si riferisce a interpreti umani) degli animali ritratti: il senso di minaccia e rispetto che la figura del lupo trasmette è colto e restituito al meglio dalla macchina da presa di Annuad, e reso più concreto e tangibile dall’uso del 3D. Convince, anche, il modo equilibrato e non banale di raccontare il confronto tra la società umana e quella animale, la sua compenetrazione con le tragedie e le contraddizioni di un periodo chiave della storia cinese, e l’evoluzione di un personaggio ben delineato, nell’efficace interpretazione del protagonista Feng Shaofeng.

CONTRO

Nel gigantismo della sua visione, e nel vigore del racconto di un dramma che assume dimensioni universali, il regista dimentica in parte il privato, l’aspetto più intimo della vita dei personaggi. La storia d’amore tra Chen Zhen e la giovane Gasma ad esempio, è debole e portata avanti con scarsa convinzione; ugualmente carente appare la descrizione dell’amicizia tra il protagonista e il suo compagno Yang Ke. Il regista, a tratti, esagera forse con la sua foga figurativa, rischiando di scivolare nel kitsch (le nuvole che assumono forme umane ed animali, ad esempio, già presenti nel romanzo, ma che probabilmente sarebbe stato opportuno sacrificare nell’adattamento cinematografico). Qualcuno potrebbe inoltre, forse, imputare ad Annaud una tendenza alla ripetizione di pochi motivi forti (i già citati temi del rapporto con la natura, e del confronto tra diverse culture) che attraversano trasversalmente tutta la sua carriera; ma averli saputi declinare in generi cinematografici diversi, adattandoli inoltre alle sensibilità dei diversi periodi in cui il regista ha operato, è in fondo un titolo di merito.

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Marco Minniti

 
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