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’71

 
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Scheda
 

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Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3.5/ 5


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Pro


Grande regia, messa in scena tesa e nervosa, tensione sempre alta. Efficace resa del senso di spaesamento “fisico” del protagonista.

Contro


Il film potrebbe deludere chi si aspetti un'analisi approfondita, e un punto di vista netto, sul conflitto nordirlandese.


In breve

Inghilterra, 1971. Gary Hook, recluta dell’esercito britannico, viene inviato in territorio nordirlandese, a Belfast: il mai sopito conflitto tra lealisti e repubblicani, che sta vivendo una recrudescenza, ha reso necessaria, secondo l’intelligence miltare, la presenza di ulteriori truppe inglesi in città. Una volta salutato il fratello di dieci anni Darren, ospite dell’orfanotrofio in cui entrambi sono cresciuti, Gary parte per Belfast: la sua prima missione, nella città nordirlandese, sarà una perquisizione all’interno di una casa privata. Appena giunti a ridosso del muro che divide l’area protestante della città da quella cattolica, i soldati vengono fatti oggetto di un fitto lancio di oggetti da parte dei ragazzini cattolici: per le strade, la situazione è altrettanto incandescente. Penetrato nell’area cattolica, il battaglione si rivela del tutto impreparato a fronteggiare l’ostilità della folla, all’interno della quale si annidano le frange più estremiste del movimento repubblicano (la cosiddetta IRA “provvisoria”). Nel caos di una rivolta popolare, Gary e un suo commilitone vengono lasciati indietro dai loro compagni, in balia della folla; il compagno del giovane, avvicinato da un gruppo di estremisti, viene freddato con un colpo di pistola alla testa, mentre Gary, terrorizzato, approfitta del caos e riesce a fuggire. Durante una lunga notte, nella quale la città è ormai preda dei disordini e delle bande armate, Gary dovrà fare di tutto per sopravvivere, cercando di distinguere gli amici dai potenziali nemici.

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Posted 10 luglio 2015 by

 
Recensione completa
 
 

Yann Demange, parigino di nascita e inglese d’adozione, è regista dal solido retroterra televisivo: nel suo curriculum, ancora non ricchissimo, c’è la serie horror/satirica Dead Set (2008), il successivo gang drama Top Boy (2011), nonché la regia di vari episodi per i fortunati Diario di una squillo perbene e Criminal Justice. Considerato il suo background, poteva sembrare dunque curioso che l’esordio nel lungometraggio del regista franco/britannico fosse un dramma politico, ambientato peraltro in un contesto storicamente molto determinato, come l’Irlanda del Nord degli anni ’70. Guardando questo ’71, tuttavia, si comprende appieno come i ritmi, e l’estetica, della moderna fiction televisiva si siano trasferiti appieno (e fruttuosamente) in questo esordio: quello di Demange, di fatto, è un nerissimo thriller, una storia notturna di caccia e sopravvivenza, girata con la mano dell’artigiano e permeata dell’ambiguità tipica del noir. Quello del conflitto nordirlandese, contesto reso comunque con poche e indovinate pennellate, è solo lo sfondo, il background di partenza nel quale si muove il personaggio di Jack O’Connell: spogliata di qualsiasi orpello militare/politico, come lui stesso si spoglia della sua divisa per restare vivo, la fuga di Gary Hook è una pura, essenziale e animalesca lotta per la sopravvivenza, nel corso della quale amici e nemici si confondono, la diffidenza è d’obbligo e i sensi devono restare sempre, e perennemente, tesi. Una caccia all’uomo che si snoda su uno sfondo notturno, teatro ideale per un dramma popolato da personaggi ambigui, oscuri e dediti al doppio gioco, nel quale le logiche del conflitto si mescoleranno alle dinamiche dell’umana bestialità: al punto da lasciare il protagonista sfiancato, scosso, probabilmente cambiato per sempre. Come al termine di ogni guerra.

Trailer:

PRO

Demange dissemina il suo primo film di sequenze magistrali, con una regia efficace e di gran mestiere. Resta impressa la prima fuga del protagonista tra le strade della notturna Belfast, camera a mano e messa in scena nervosa, a suggerire tutto il senso di dislocazione, lo spaesamento, il caos e la paura di chi viene gettato, suo malgrado, in una situazione che non è in grado di controllare. Per tutti i cento minuti di durata del film, il regista mantiene alta la tensione, descrivendo bene la morsa che si chiude lentamente, da tre punti di partenza diversi, attorno al protagonista: come nella migliore tradizione del nero cinematografico, tuttavia, non è immediatamente chiaro chi siano gli amici e chi i nemici, da chi ci si possa aspettare una pallottola e da chi una mano d’aiuto. I confini tra bene e male si confondo, e si sovrappongono in una notte illuminata dalle tonalità avvolgenti, ma ingannevoli, dei lampioni cittadini. Nell’essenzialità “bestiale” della caccia all’uomo di cui il protagonista viene fatto oggetto, c’è in fondo una logica antimilitarista, e un potenziale divulgativo, più efficaci di tanti pamphlet espliciti: il conflitto riduce a prede e predati, mentre l’idealismo lascia presto il posto al puro opportunismo utilitarista. Il concetto arriva in modo limpido, e quantomai efficace.

CONTRO

Il limite che si può (forse) riscontrare in ’71 è il fatto che il film eviti di approfondire (ma è una scelta esplicita, e in qualche modo dichiarata) la realtà del conflitto nordirlandese: quest‘ultimo resta sullo sfondo, le sue dinamiche non vengono sviscerate, principalmente perché non era questo lo scopo dello script. Coerentemente, il film evita di prendere posizione, mostrando (con piglio esplicito) le violenze perpetrate dall’una e dall’altra parte; l’assunto di base è che l’essere scaraventati, senza preavviso, in una situazione come quella descritta, faccia perdere i punti di riferimento (primi tra tutti quelli ideologici) riducendo l’agire umano alla stregua di un meccanico perseguimento della sopravvivenza. Ma, in fondo, le tonalità di grigio che caratterizzano tutti i personaggi che si muovono intorno al protagonista, la loro ambiguità, i compromessi morali a cui ognuno di loro giunge, sono elementi che (in senso lato) dicono molto sulla situazione politica dell’Ulster dell’epoca: un caos senza soluzione di continuità di nichilismo e compromessi, in cui i punti di riferimento si sono ormai persi. Il film, pur non prendendo di petto la questione nordirlandese in modo esplicito, riesce a restituirne i contorni (tenendola sullo sfondo della vicenda del protagonista) con grande efficacia.

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Marco Minniti

 
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