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2:22 – IL DESTINO È GIÀ SCRITTO

 
Regia
 
 
 
 
 


 
Soggetto
 
 
 
 
 


 
Sceneggiatura
 
 
 
 
 


 
Fotografia
 
 
 
 
 


 
Colonna sonora
 
 
 
 
 


 
Total Score
 
 
 
 
 
3/ 5


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1 total rating

 

Pro


Tema ricco di fascino, buona resa visiva, suggestioni universali efficacemente tradotte in immagini dalla regia.

Contro


Sceneggiatura palesemente difettosa, soluzione narrativa semplicistica e confusa, interpretazioni non sempre efficaci (a cominciare dai due protagonisti).


In breve

Dylan Branson, controllore del traffico aereo di New York, viene sospeso dal suo lavoro quando, durante il suo turno, subisce un blackout mentale che lo porta a un passo dal provocare la collisione tra due aerei turistici. L’incidente è avvenuto precisamente alle 2:22 del pomeriggio: da quel giorno, l’uomo inizia a rilevare una singolare ripetizione di eventi durante la prima parte della giornata, regolarmente culminanti con un qualche incidente che occorre proprio alle 2:22. Con l’aiuto di Sarah, già passeggera su uno dei voli coinvolti nella mancata collisione, e sua nuova compagna, Dylan cerca di venire a capo del mistero che sta sconvolgendo la sua vita. Indagando, i due scoprono che la chiave del rebus è sepolta nel passato, e in un tragico episodio avvenuto nella Grand Central Station di New York, esattamente trent’anni prima…

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Posted 1 luglio 2017 by

 
Recensione completa
 
 

Un po’ sci-fi con sottofondo filosofico, un po’ thriller, un po’ love story sui generis, questo 2:22 Il destino è già scritto è il secondo lungometraggio diretto da Paul Currie (il primo, One Perfect Day, risale al 2004), produttore australiano e fondatore della Lightstream Pictures. Un lavoro, quello interpretato da Michiel Huisman e Teresa Palmer, in cui il regista fa sue le suggestioni di certa fantascienza legata al tempo e alle sue distorsioni, utilizzando il tema della percezione (vengono in mente, seppur da punti di vista diversi, Memento e Pi Il teorema del delirio) e mescolandolo con una forte componente melò/romantica. Il tutto viene innestato sulla struttura di un thriller con tanto di detection, incentrato su un mistero che trova la sua soluzione tra le pieghe del passato.

Motivo centrale del film di Currie, la fascinazione per i pattern, e la lettura della realtà in chiave della continua riproposizione di questi ultimi: con la sovrapposizione tra una routine quotidiana comunemente percepita come inevitabile e “insensata”, e la ricerca ossessiva da parte del protagonista di una lettura significante al ripetersi di eventi sempre uguali tra loro, foriera di un senso e di un messaggio da scoprire e decodificare. In mezzo, una riflessione sul tempo quale dimensione relativa e contingente (il film inizia con la constatazione per cui, quando si guarda il cielo, si osserva in realtà una fotografia delle stelle risalente a migliaia di anni fa), digressioni sulla natura relativa degli eventi e sulle loro possibili interpretazioni, e una continua dialettica (risolta dalla sceneggiatura in una precisa direzione) tra reiterazione/predestinazione e possibilità dell’individuo di modificare il corso degli eventi.

Trailer:

PRO

È un tema ricco di fascino, quello del film di Paul Currie, che utilizza suggestioni tutt’altro che nuove (letterarie prima che cinematografiche) ma dal potenziale universale e praticamente inesauribile. Unitamente a ciò, e a un’interessante mescolanza tra registri diversi (thriller, sci-fi e love story), si rileva nella costruzione visiva di 2:22 – Il destino è già scritto una buona cura, caratterizzata dallo sfruttamento di una location (quella della moderna New York) significativamente riletta in chiave cosmologica (il rispecchiamento tra l’immagine dello spazio e quella della città vista dall’alto è esplicito sin dalla prima scena). Le scelte di montaggio, improntate alla costruzione di un ritmo frammentato e sincopato, rispecchiano efficacemente lo spaesamento mentale del protagonista, nonché il carattere “esoterico” del racconto, necessitante una chiave di lettura che ne dischiuda il senso e le implicazioni.

CONTRO

Il limite del film di Currie sta nel non saper tener insieme le tante suggestioni che offre allo spettatore, mancando di un’efficace assemblaggio narrativo del materiale di partenza, e difettando in chiarezza e coerenza nello svelamento del mistero. La voluta confusione iniziale del plot si traduce infatti in una soluzione conclusiva altrettanto confusa, che pare frutto di una certa trascuratezza narrativa, più che di una consapevole scelta nel segno dell’ermetismo. La sceneggiatura offre una risoluzione del rebus paradossalmente molto semplice, che tuttavia riesce a giustificare in modo precario (e molto approssimativo) le tante concatenazioni di eventi che si affollano nei 99 minuti di film. All’evidente macchinosità narrativa del film (e al fastidioso senso di pretestuosità che grava sul tutto) si sommano interpretazioni non sempre all’altezza, a cominciare da quelle di due protagonisti un po’ statici: una caratteristica, quest’ultima, che certo non giova alla ricerca dell’empatia e della necessaria identificazione spettatoriale.

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Marco Minniti

 
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